5000 km in Mauritania
Racconto di viaggio a due voci, di Davide e Nicola
Davide: Qualsiasi viaggio comincia nella mente, e la
mente di un viaggiatore (o quella di un sognatore) è sempre in fermento: che la
meta possa essere capo nord o città del capo poco importa, una fervida
immaginazione non conosce ostacoli o distanze, così le frontiere si annullano,
le pastoie burocratiche svaniscono, i giorni di ferie si dilatano, e la benzina
non finisce mai...
Ogni sogno, e quindi anche l’embrione irriconoscibile di un viaggio, va fatto
crescere con gli strumenti giusti. Allora partite con il piede giusto e trovate
qualche amico che, visionario come voi, vi assecondi nello spostare un po’ più
in là la meta del viaggio, e, se volete fare un viaggio in Africa, procuratevi
una cartina... Ma non una a caso: prendete la Michelin 953, che disegna tutta
l’Africa nord occidentale. È vero, manca Ksar Ghilane in Tunisia – troppo facile
da raggiungere – ma c’è tutto il resto, e le distanze non vi spaventeranno: tra
A e B ci sono sempre pochi cm, e se pensate di arrivare fino ad A, tanto vale
spingersi fino a B, o forse allungare fino a C... Dakar è dietro l’angolo, a
Timbuctù ci arrivate anche da nord, e alla fine il deserto appare solo come una
macchia gialla...
Così è nato questo viaggio in Mauritania, sognato, coccolato e tenuto al caldo
per diversi anni, fino a quando non è diventato un’esigenza dello spirito, fino
a quando non ha schiacciato le difficoltà della vita reale per prendere forma e
sostanza in un crescendo di informazioni, sogni e aspettative che drogano la
mente, ormai proiettata solo alla data della partenza.
Se vi capiterà di dire a parenti e amici che partite per la Mauritania, noterete facce stranite: in pochi ne avranno sentito parlare, pochissimi sapranno esattamente dove si trova, e voi stessi incespicherete nel pronunciare nomi di città improbabili, punti non meglio definiti sulla cartina, con a fianco serie di lettere dove la ruota di Mike Buongiorno non ha elargito neanche una vocale... Eppure la Mauritania è stata la culla della cultura islamica, è stata il centro nevralgico del sapere proprio negli anni del nostro medioevo. La storia è passata per la Mauritania, ha transitato lungo le vie carovaniere più importanti del mondo, si è fusa (come sempre) con i commerci più ricchi che siano mai esistiti. Oro, sapere scientifico, giuridico e religioso hanno reso grande una porzione d’Africa che ora ha smarrito la propria identità, soffocata dalla sabbia e dalla siccità: la sopravvivenza appare come l’obiettivo più ricercato, e sembrano svanite le energie per tramandare virtù e conoscenza.
E allora si parte per la Mauritania... Ma avete idea di dove sia la Mauritania?
4.500 km dai nostri confini... Ma come cavolo ci si arriva? Forse la soluzione
migliore rimane un container fino a Nouakchott. Ma il container va bene se lo si
riempie, e per quanto 2 Africa Twin occupino spazio, di sicuro dello spazio
avanzerebbe, e le compagnie di spedizioni non fanno sconti... e poi quanto tempo
si perderebbe per sdoganare le moto una volta arrivati sul posto? Un rischio…
Partire in moto non se ne parla, servono troppi giorni di ferie. E allora rimane
il fido furgone. Se poi trovate un terzo amico disposto a guidare il mezzo fino
al sud del Marocco, vorrà dire che vi risparmierete tre o quattro giorni di
trasferimento... ...forse!
Nicola:
Il piano è
di una semplicità disarmante: il buon Andrea guiderà fino a Dakhla, in fondo al Marocco
(anche se bisognerebbe dire Sahara Occidentale!) dove lascerà il furgone,
scaricherà la sua moto con cui se ne andrà fino a Casablanca per tornarsene
comodamente in aereo; noi due arriveremo in aereo a Dakhla, prenderemo le nostre
moto, ci faremmo con bella calma il nostro giro in Mauritania per poi ritornare
al furgone e a casa, recuperando, en passant, la moto di Andrea a
Casablanca. Niente di più semplice!
Ma la partenza si avvicina e la burocrazia resta un dilemma… Rompicapo: se il
fido Andrea entra in Marocco con
quattro mezzi (3 moto ed un
furgone) che vengono segnati sul suo passaporto,
come farà a tornarsene in aereo senza averli fatte uscire? Forse possiamo farli
passare sul nostro passaporto? Ma in questo caso come facciamo per la sua moto
ed il furgone che restano in circolazione in Marocco mentre noi usciamo dal
confine con la Mauritania? Telefonate e visite ai consolati, alle ambasciate ed anche
all’ufficio centrale delle dogane di Rabat non sono di nessun aiuto. I forum sul
web sono categorici: impossibile, lasciate perdere. Vedremo!!
D: Se servono anche 2 anni per maturare l’idea di un viaggio, e tutto sommato la ricerca e lo studio di informazioni non appare mai frenetico, il panico imperversa immancabilmente ad un mese dalla partenza. Cambia, aggiusta, modifica, sperimenta, taglianda... Ed i week-end scivolano via troppo veloci per stare dietro a tutto!
N: Ad una settimana dalla partenza del furgone, la moto è ancora completamente smontata. Strano effetto: tutto intorno, gente indaffarata a scambiarsi auguri, a fare shopping natalizio e struscio fra i negozi luccicanti del centro, e tu che corri come un pazzo tra ferramenta, demolitori ed autoricambi, tuta blu e mani sporche di grasso, col pensiero fisso al pezzo che ti manca, la staffa da costruire, il rinforzo da montare… Per fortuna gli amici del club vengono in aiuto (grazie Valè!).
D:
Come
da copione si arriva a preparare anche il bagaglio, che forse per un rito
scaramantico è l’ultima fatica: che attrezzi? Che ricambi? Quali indumenti? Cosa
portiamo da mangiare? Però quest’anno l’esperimento di una maglietta per 15
giorni lo si prova! E poi basta patire il freddo la notte: un sacco a pelo da
-25 gradi e le notti insonni si polverizzano insieme ai non pochi euro necessari...
Pronti... Via! Partono le moto caricate sul furgone: appuntamento a Dakhla...
Ma non tutte le ciambelle escono col buco: nonostante una delega autenticata da
un notaio, vidimata da un magistrato (!) e convalidata dal Consolato marocchino,
le moto in Marocco non passano!
Secondo i ligi doganieri di Tangeri, ogni persona può entrare al
massimo con 2 mezzi, inutile la nostra delega. Eccezioni solo previa
autorizzazione scritta dell’ufficio centrale delle dogane (per altro quello a
cui avevamo telefonato spiegando il nostro piano, senza che il gentilissimo
funzionario menzionasse questa regola…).
La situazione non si sblocca neanche con qualche
"regalia", e Andrea è costretto ad aspettare ed ammalarsi di noia e d’influenza
nella squallida frontiera di Tangeri, bloccato in un porto che offre poche
attrattive per i turisti e poche garanzie di sicurezza.
N: A due giorni dalla partenza prevista c’è poco da fare, invece che alla calda Dakhla dobbiamo arrivare a Tangeri, subito sotto lo stretto di Gibilterra. Vorrà dire che arrivati a Casablanca, dove il nostro volo fa scalo, scenderemo e cercheremo un mezzo qualsiasi per percorrere quei maledetti 300 Km verso nord. Di più non ci preoccupiamo neanche di programmare…
N: Così
arriviamo al giorno della partenza. Sono visibilmente nervoso. In che guaio mi
sto cacciando? Sto partendo per un viaggio di 5000 km in buona parte in
fuoristrada; il percorso è sostanzialmente rimasto nella forma onirica che aveva
sulla Michelin 953, alla quale la consultazione di una mezza dozzina di guide ha
aggiunto, se possibile, altri punti interrogativi; non siamo ancora partiti ed
il nostro programma è già fallito...
E soprattutto, il mio socio in
questa impresa è notoriamente un pazzo scatenato, quando ha due cilindri fra le
mani – come stargli dietro? Quanto resisterò?
Mentre salgo sull’aereo ci penso, ripenso ai nostri giri fra amici e mi rendo
conto che ci sono due cose che detesto veramente andando in fuoristrada: aprire il
gruppo, e restare ultimo… bene, sono a cavallo, questa volta siamo in due!
Ma per fortuna il tempo per questi pensieri finisce presto. Arrivati a
Casablanca, acchiappiamo fortunosamente un volo interno per Tangeri, e in men
che non si dica riprendiamo possesso del nostro furgone.
D: Un po’ di conforto all’amico stremato (che scoglionato decide di prendere il primo volo per l’Italia, lasciando la moto in custodia al magazzino della dogana) e fuga rapida dalla frontiera (ora passaporti sono sufficienti per tutti i mezzi). Divoriamo il Marocco in 24 ore, con il motore del furgone mai spento per più di 2000 km. Se esisteva un record, l’abbiamo polverizzato. Neanche le multe per eccesso di velocità nel cuore della notte sulle statali marocchine ci hanno rallentato, e con un giorno e mezzo di ritardo sul nostro diabolico piano scarichiamo le moto dal furgone...
N: Ancora qualche pastoia burocratica per "piombare" il furgone all’ufficio delle dogane. Ecco la risposta al nostro rompicapo: scordatevi di entrare con un mezzo in Marocco e di poter uscire parcheggiandolo o abbandonandolo da qualche parte senza dire niente a nessuno! Però potete lasciarlo in un parcheggio sicuro ovunque vi sia un ufficio di dogana, dietro semplice compilazione di un modulo in cui garantite che se sgarrate, il vostro mezzo se lo prende il governo.
D: Si fa il pieno alle Africa.
40 litri circa a testa, per affrontare tappe massime di 400 km su sterrato (a patto di non sbagliare
strada!).
Sembra il copione scontato di un film comico, ma non abbiamo fatto
neanche un km e già siamo con gli attrezzi in mano: fuori la pasta bicomponente
e si tappano le falle sui serbatoi di alluminio (un po’ troppa euforia e non li
ho neanche testati dopo le ultime modifiche). Almeno trascorre veloce l’attesa
del timbro all’Ufficio delle Dogane di Dakhla, timbro che tarda per le preghiere
del venerdì, a cui neanche il direttore di un ufficio statale può (o vuole)
sottrarsi. È pomeriggio inoltrato quando aggrediamo finalmente i 350 km di
asfalto che ci separano al confine con la Mauritania, attraversando un paesaggio
desolato, dove il vento e la monotonia la fanno da padroni.
All’ultimo posto di rifornimento ci avvertono che la frontiera sta per chiudere
e non arriveremo in tempo per passare di là, ma noi, carichi come delle molle,
spremiamo le moto per gli ultimi 80 km e arriviamo al confine all’imbrunire.
Auto ferme in fila, sbarre già abbassate, e davanti ai diversi uffici da passare
(polizia, gendarmeria, dogana, polizia di frontiera) lunghe code che non fanno
presagire nulla di buono. Da buoni italiani conosciamo tutti i trucchi per
impietosire qualsiasi figura ufficiale, e anni passati a cercare di convincere
il vigile o il poliziotto di turno che "no, che la moto esce così dalla
fabbrica", che "non saprei, io mica l’ho modificata", che "forse
il precedente proprietario", che "no, che la marmitta mica fa rumore",
che "nooo... la targa non è una fotocopia... ma dai, non me n’ero mai
accorto!"... ecco, anni di gavetta ci permettono di farci aprire le sbarre,
e di passare davanti a tutti nelle chilometriche code perchè noi, poveri diavoli
in moto, mica possiamo dormire all’aperto... mica abbiamo tende o sacchi a pelo,
mica abbiamo qualcosa da mangiare... e fino a domani come sopravviviamo? Tanto
siamo ancora puliti e presentabili ...e la storia regge!
N: È ormai notte quando usciamo dal Marocco, e ci apprestiamo ad affrontare i tre km di terra di nessuno, lasciati al dominio delle sabbie: si dice che i poliziotti mauri siano d’accordo con chi si offre (dietro compenso) di tirare fuori le numerosissime macchine che si piantano. La faccenda è credibile: nessuna indicazione guida alla deviazione sulla sinistra, dove la pista ha fondo solido e compatto, così decine di macchine si dirigono senza saperlo verso la sabbia molle. Ormai al buio, ci insabbiamo anche noi, ed inauguriamo il viaggio con una caduta a testa, qualche risata e un po’ di preoccupazione (ma chi la alza sta moto carica di bagagli e benzina?). Arriviamo al volo sul suolo della Mauritania. Stesse scene pietose dell’altra frontiera e a lume di candela (!) sbrighiamo tutte le pratiche, compreso il visto, che si paga direttamente in euro, anche se qui ne costa solo 20, invece dei 40 richiesti in Italia.
D:
Di corsa a cercare un campeggio a Nouadhibou e primo scontro con la realtà
africana più triste: quella delle città cresciute disordinate, come baraccopoli,
su uno strato di immondizia e caos, con le auto che vagano con la stessa
conoscenza del codice della strada delle capre (e animali in genere...) con cui
dividono le strade.
Apriamo tende e srotoliamo sacchi a pelo in un campeggio che in realtà è un
cortile: ormai a notte fonda ci apprestiamo a cucinare qualcosa con il diabolico
fornelletto a benzina, acquistato giusto prima di partire.
Ovviamente non
funziona. Sarà un difetto di fabbricazione, anche perchè se è vero che bisogna
capire come funziona (non è elementare...), è vero che mi sono fatto dare
ripetizioni di fornellettologia dal più grande maestro viaggiatore mai
conosciuto!
Comunque, non funziona. E così il socio tira fuori qualcosa di freddo
da mettere sotto i denti. Ancora deve cominciare l’avventura e già ci siamo
fatti 2.500 km più del previsto, siamo in ritardo di un paio di giorni, i
serbatoi posteriori trasudano benzina e l’unico fornello non funziona!
Tutto si
può accettare, ma io DEVO fare colazione con il latte (piuttosto quello
condensato) caldo, che mi trovi a casa, in albergo o in mezzo al deserto! Per
fortuna la notte regala ancora qualche ora prima dell’alba, e così c’è tutto il
tempo per smontare questa diavoleria a benzina e capire come funziona. Giusto un
paio d’ore per smontarlo, studiarlo, analizzarlo, comprenderlo... e da quella
notte mi ritengo un illuminato del fornello Coleman a benzina!
N: Lascio Davide che traffica testardamente con questa diavoleria, io sono già stanchissimo nonostante il viaggio sia appena all’inizio, me ne vado a dormire… Quando mi sveglio, sorpresa, lo trovo che scalda il latte per la colazione… non dice niente, si gode soltanto il suo latte caldo, la soddisfazione non tanto di averlo (piccola cosa!), ma di esserselo guadagnato, ora e per i prossimi giorni... una piccola lezione di determinazione…
D: Giusto il tempo per cambiare un po’ di soldi e fare l’assicurazione obbligatoria (che in frontiera non abbiamo potuto fare per l’ora tarda) e si parte. Ancora una volta si attraversa la città rischiando più che nella peggiore pista abbandonata: nel traffico l’anarchia regna sovrana, e anche procedere dritti sulla strada principale si trasforma in un terno al lotto. Animali, carretti, auto che svoltano, frenano, si innestano... tutto segue una logica che a un europeo sfugge, e forse non ci abitueremmo a questo caos neanche in cent’anni.
Si fa il pieno, si incrociano le dita e si comincia a fare
sul serio. Il programma è di arrivare a Nouakchott facendo tutto off-road:
arrivare diretti da nord sul parco del Banc d’Arguin, attraversarlo e fare la
famosa pista delle maree, una spiaggia da 150 km che -dicono- si può fare solo
con la bassa marea.
I punti GPS li abbiamo, ma qui più che indicare una pista,
indicano una direzione: le distanze sono troppo grandi, servirebbero migliaia di
punti, e allora tanto vale seguire l’intuito e scendere verso sud...
Freschi noi
e fresche le moto: si corre senza esagerare, con un vento che ci accompagnerà
per tutto il viaggio, attraversando un ambiente il più delle volte piatto, senza
grossi riferimenti, senza incrociare anima viva per centinaia di km. Finalmente
soli. Liberi. Con quella sottile paura che ti attraversa come un brivido la
schiena: nessuno ti verrà a cercare, nessuno ti porterà acqua o benzina, e se
sbagli paghi un prezzo troppo alto.
Maciniamo piste dure, corriamo su piattoni
di sabbia. Si mettono alla prova le moto e il sistema di carico, ci mettiamo
alla prova noi, dobbiamo ancora trovare i nostri ritmi di coppia.
N: Ed eccomi in terra… caduta banale, come la maggior parte delle decine che seguiranno. Niente di nuovo: in fatto di cadute, sono un professionista, ho un record imbattuto sin dalla mia prima uscita in AT. Ma ora c'è una brutta sorpresa… la moto con serbatoi addizionali, benzina, bagagli ed acqua è troppo pesante, sulla sabbia molle scivolo, non riesco ad alzarla… il compagno è avanti e mi rendo conto che se fossi veramente solo non ce la farei a tirarla su… aspetto che arrivi, è una piccola sconfitta. E siamo solo all’inizio!
D: Proseguiamo. Neanche una sosta per qualche
foto, non ci si ferma neanche a mangiare. Ci si riempie gli occhi di tutto
quello che si vede, e per poco o monotono che sia, gonfia il cuore. Africa e
moto, un binomio perfetto. Su piste sconosciute, con la voglia di osservare e
attraversare un mondo che ci stupisce, spaventa e affascina tutte le volte: è
droga per lo spirito, una sete che non si placa. Qualche ruzzolo, un po’ di
paura perchè davvero non si incontra nessuno, qualche passaggio tecnico, la
benzina che cala, il tempo che corre. E si attraversa senza accorgersene un
parco che di speciale non ha niente, una riserva faunistica che forse andrebbe
attraversata con più calma per poter essere apprezzata.
Ma poi si arriva al capo di Timirist,
all’inizio della pista delle maree: qui non ci si può sbagliare. Si scende a
sud, e le dune della spiaggia e l’oceano creano un corridoio sicuro.
Prima di
proseguire, ci mettiamo alla ricerca
di un po’ di benzina, che troviamo a cifre spropositate al piccolo paese di Nouamghar. Con la cornice di una
miriade di bambini genuinamente invadenti, travasiamo 20 litri di benzina da un
fusto alle moto: sarà provvidenziale. E poi via di corsa a correre sulla
spiaggia, sul bagnasciuga.
La marea sale velocemente, non abbiamo tempo e voglia
di aspettare 12 ore per ripartire al momento giusto, e anche se sappiamo che non
arriveremo a destinazione giocando solo dove le onde si ritirano, saltiamo come
cavallette sulle piccole dune di sabbia plasmate dalle onde della precedente
marea. Troppo divertente, troppo bello. E non finisce mai. La distanza è come
fare una Torino-Milano sulla spiaggia, con granchi giganti che scappano davanti
alle ruote e stormi di gabbiani che si alzano in volo avvolgendoti al tuo
passaggio. E da un lato l’oceano: infinito, placido e devastante come il deserto
che tanto ci affascina. Roba da orgasmo.
Il socio insiste (a ragione) per
fermarsi a tirare il fiato (specie dopo un paio di voli ben piazzati...). Un
calcio alla tabella di marcia: OK, allora bagno... Via tonnellate di protezioni
e abbigliamento tecnico e ci si tuffa. Nudi come l’ambiente che ci circonda,
tanto la stanchezza inizia a farsi sentire e l’orgasmo l’abbiamo già raggiunto a
correre sulla spiaggia: l’integrità morale e fisica è al sicuro...
Paghiamo lo scotto di ripartire con la marea al massimo possibile: per
proseguire bisogna correre sulla sabbia asciutta, un po’ più distanti
dall’oceano. La sabbia è molle, la velocità di galleggiamento è un miraggio, e
il motore viaggia in perenne ebollizione.
Inizia a scendere la sera, la
stanchezza si fa sentire e per gli ultimi km ci trasferiamo sul nastro d’asfalto
che corre più a est. Giusto il tempo di fare qualche km e... finisco la benzina!
Sulla spiaggia sarebbe stato più traumatico: qui prima tentiamo un travaso con
una sfigatissima pompetta a mano, poi la soluzione rapida e dolorosa (per il
braccio!) è quella di attaccarsi al compagno che, dopo innumerevoli tentativi
andati a vuoto, mi trainerà per qualche km fino alla stazione di benzina.
L’arrivo è in notturna a Nouakchott, dove prendiamo una camera all’Auberge du
Sahara. Più che una stanza è una tenda, montata sul tetto a terrazzo... Comunque
non male! Degno di nota l’incontro con un ragazzo scozzese, fumato come pochi,
che ha trovato se stesso facendo il cammelliere…
Alla fine le strutture
ricettive migliori (come l’albergo dove siamo stati), sono quelle gestite da
europei che si sono trasferiti qui: le carenze igieniche e di servizio
rimangono, ma almeno sono consapevoli del limitato standard che offrono, e
chiedono un compenso ragionevole. Gli autoctoni infatti sono realmente convinti
che il turista sia per definizione ricco e stupido, e che basti una scritta
"Auberge" per richiedere delle cifre spropositate in cambio di una stanza con un
tappeto per terra (il più delle volte senza luce, acqua o qualcosa che
giustifichi la parvenza di una struttura ricettiva).
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D: Si arriva tardi e ci si
sveglia con calma: colazione calda (ovviamente) col fornelletto, anche se siamo
in un Auberge, il
rito del carico del bagaglio, la vestizione e via a cercare acqua e benzina per
la giornata.
Dopo un breve pausa per togliere la salsedine dell’oceano (da veri fighetti curamoto), attraversiamo una città che si prepara a tre giorni di
festa. Ad ogni angolo, fuori da ogni casa c’è una famiglia che sgozza una capra:
il traffico è da delirio (come sempre), e questa visione pseudo-apocalittica di
sangue per le strade e di animali sgozzati ogni dove produce un senso di
disagio. Meglio incamminarsi velocemente in direzione di Nema, 1.200 km più a
est.
Un lunga striscia di asfalto attraversa la Mauritania da Est a Ovest: è la
"via della speranza". Lontana dai nostri canoni di sicurezza, è tuttavia una
strada di grande importanza ed è ben tenuta; a giudicare dagli animali morti al
lato della strada (impressionante: uno ogni 50 - 100 m) il pericolo più grave è
quello di andare a sbattere contro un dromedario, una mucca o un asino che
attraversi la strada. È di una noia mortale: è tutta dritta e il paesaggio è
piatto e alquanto monotono, e come sempre il vento alza polvere e sabbia, tanto
che spesso sembra di viaggiare nella nebbia nostrana. Non
lascia ricordi particolari, si percorre questa strada per arrivare ad una meta,
che sia il mare in un verso o Nema dall’altro. Quasi tutti quelli che vanno in
Mali passano di qui, ciononostante il traffico è nullo. I villaggi si incontrano
ogni 200 km e bisogna fare bene i conti con la benzina, considerato anche che la
Mauritania viaggia al 90% a gasolio e la maggior parte dei distributori non
hanno altro.
Rotolano senza sosta i Desert sull’asfalto: 270 km, Aleg. 400, Sangarafa.
Asfalto, vento. Ancora animali morti a lato della strada: di alcuni rimane
qualche osso come ricordo, altri sono gonfi come mongolfiere. Ecco a cosa serve
il vento: almeno non c’è puzza... A ogni buco di paese, all’ingresso e
all’uscita, il controllo della polizia: escono da baracche a lato della strada e
ti chiedono ogni documento possibile.
In mezzo ai paesi i bambini si voltano a guardarci, quasi tutti salutano
eccitati,
molti ci incitano a sgasare o impennare (fallo te con questa bestia carica come
un mulo!), qualcuno, ogni tanto, ci sputa contro... E poi la domanda di rito,
quella che TUTTI ci hanno fatto: ‘Le Rallye?’ No. Non facciamo la Dakar,
siamo qui per turismo... Per loro quasi inconcepibile.
N:
750 km, Kiffa, pomeriggio inoltrato. Il piano originale prevede di
proseguire fino alla fine la Via della Speranza, dove comincia la pista
Nema-Tidjikja. Un punto interrogativo: 800 km di sabbia infernale che non
possiamo percorrere da soli, se non altro per la mancanza di rifornimenti lungo
il percorso. Abbiamo discusso a lungo sull'opportunità di provare quella pista,
io sono scettico, preferirei seguire la più breve Kiffa-Tidjikja, risparmiandoci
fatica, rischi, soldi per il noleggio di un pickup e per una guida, e giorni che
potremmo usare per visitare meglio le oasi della regione di Atar. A Davide non
andrà mai giù l'idea di essere arrivato fin lì e di rinunciare anche solo a
provare la pista più difficile -e forse affascinante- della Mauritania... ed
infatti non siamo finora riusciti a prendere una decisione che ormai non si può
rimandare.
In ogni caso la
mitica Michelin 953 riporta 500 km di fuoristrada tra Kiffa e Tidjikja.
Anche con questo taglio, non ce la possiamo fare senza un pickup che ci porti la
benzina... quindi tanto vale provare a cercare una guida qui a Kiffa e negoziare
le condizioni per entrambi i tragitti: non avendo indirizzi, proviamo a chiedere
informazioni....
D: Se vi capiterà di fare un viaggio così noterete che, se chiedete aiuto,
tutti vorranno presentarvi lo zio, il cugino, il fratello: non troverete mai la
figura che cercate al primo colpo, ma per i locali l’occasione di fare da
intermediari è sempre troppo ghiotta, e accampare qualche legame di parentela
rende tutto più veritiero. E allora basta chiedere al primo sconosciuto e
crederete di avere incontrato la persona giusta: casualmente suo cugino sarà la
figura che state cercando...
‘Posso salire sulla moto?’. Franco, hai una macchina che sta insieme per
miracolo, non ha neanche il motorino d’avviamento e chissà a casa di quanti
parenti ci dovrai portare prima di azzeccarci: ‘salta su...’
Viuzze
strette, ormai buie: dall’asfalto all’immondizia. L’asfalto è riservato solo
alla strada principale. Nelle strade interne probabilmente sotto lo strato di
rifiuti ci sarà sabbia o terreno troppo polveroso, quindi a loro andrà meglio
così: meglio l’immondizia solida piuttosto che la polvere, e poi così
le capre trovano sempre un po’ di plastica da sgranocchiare!
N: Siamo sfortunati: la guida che il nostro cicerone conosce è
fuori città, in compenso salta fuori un'attempato signore dal fare serio
disposto ad accompagnarci col un pickup, peraltro piuttosto scassato. Davide gli
propone direttamente la Nema-Tidjikja, con la scusa che "così vediamo se ha
le palle, poi al limite facciamo solo la pista breve, ma se non è neanche è
disposto a fare quella impegnativa vuol dire che non ci si può fidare..."
Ormai siamo attorniati da
curiosi, così ci dividiamo i compiti: io resto a intrattenerli ed a tenere
d'occhio moto e bagagli, mentre il socio si chiude in macchina con la sedicente
guida a negoziare le condizioni. Mi dico eheh, ora Er Gallo se lo intorta, lui è
un maestro... Invece, escono dopo quaranta minuti buoni, senza aver concluso
nulla.
D: Corre veloce il tempo, ma di una guida neanche l’ombra. Forse domani mattina,
intanto il nostro nuovo amico ci consiglia un "buon" auberge, ovviamente di un parente... Consiglia,
consiglia, che a portarti a zonzo per la cittadina abbiamo fatto il primo buco
alla ruota dietro: dopocena assicurato.
All’ingresso della città c’era un
campeggio che forse garantiva uno standard migliore, ma con la ruota bucata
tanto vale fermarsi qui. Niente acqua e una sola stanza. Una sola per tutto
l’"albergo". È libera, e a ben guardare si capisce perchè. Una stanza con 2
materassi per 35 euro, ma non siamo così stupidi e di botto si scende a 12. Di
meno proprio non si riesce: affare fatto. Noi non saremo stupidi, ma lui è di
sicuro più intelligente! Se non altro è compresa la porta scardinata per fare
entrare le moto...
Metti la moto in cortile, scarica i bagagli che si mangia
qualcosa... Contrordine, la cucina non c’è, non c’è neanche il ristorante nei
paraggi di cui il nostro cicerone ha decantato la deliziosa cucina: chiuso da
tempo immemore. Tira fuori il fornelletto, che uno cucina una bella minestrina e
l’altro ripara la camera d’aria. Rendez-vous con l’autoctono al mattino per
continuare la ricerca di una guida.
D: Passiamo la mattina
seguente la a spiegare a improbabili guide la nostra idea. Nessuno
coglie: perché mai dobbiamo fare tutto quel giro per arrivare a Tidjikja, quando
c’è una pista che ci arriva da Kiffa (dove siamo) senza spingersi fino a Nema?
Comunque se proprio vogliamo sono 3500 Euro per il giro completo, o 400 per la
via breve. E non si tratta. Capiamo l’antifona: mattinata persa a spender
parole, meglio salire in moto e fare rapidi i 650 km per Nema.
Sempre lo stesso
asfalto, sempre lo stesso vento e lo stesso paesaggio: ma meglio questo di
un’autostrada europea, almeno qui hai un paesaggio desertico ai lati, che ti
ricorda che sei nel posto che hai sognato per mesi!
Mancano gli autogrill, ma
tanto non si fanno soste. A parte qualche difficoltà a trovare benzina,
arriviamo d’un fiato nel punto più a est della Mauritania. E come sempre no,
non siamo del ‘Rallye’.
Arrivati a Nema c’è ancora luce, e la polizia stessa si offre di condurci
dall’unica guida del paese, a bordo dell’auto del primo malcapitato che passa
per di lì. La guida non c’è, è partita per Oualata. Se aspettiamo un paio di
giorni... magari... Possibile che in tutta Nema non ci sia un pick-up disposto a
portarci benzina per 600 km di sabbia? Portateci fino a Tichit, che gli ultimi
200 ce li facciamo in autonomia, dopo avere svuotato il fusto di benzina nei
serbatoi e liquidato la guida! Si può fare... forse abbiamo trovato un
trasportatore: non sarà una guida ma tanto noi abbiamo il GPS! Ottimo! E quanti
euro? 2000. Quanti? Mille! E chi ce li ha mille euro da darti per
3 giorni? Ma non si tratta. Prendere o lasciare. In un’altra vita voglio nascere
guida in Mauritania: lavoro dieci anni poi vado in pensione a Montecarlo...
N: È sufficiente un’occhiata per essere d’accordo: è ormai notte fonda, siamo in una piazza buia a discutere di cifre astronomiche circondati da decine di persone che se fossimo in Italia in un posto analogo ci avrebbero lasciato appena il portachiavi della moto come ricordo, il morale è sotto i piedi: franco, alziamo i tacchi alla svelta, ovunque pur di non restare in questo posto dimenticato da Allah. Infiliamo a ritroso, senza mai fermarci, la strada da cui siamo arrivati, ingoiando a fatica questo fallimento…
D: Per fortuna
la notte il vento si placa. Ma la paura di centrare qualche animale rimane...
Velocità moderatissima e occhi sgranati, uno fianco all’altro, con tutte le
luminarie accese, i motori all’unisono. Per 100, 200 km... poco importa dove
arriviamo, viaggeremo finché ce la facciamo: forse è pure capodanno, e questo è
il nostro veglione! L’importante è allontanarsi da lì, l’importante e
riavvicinarsi a Kiffa, l’importate è ritrovare la fiducia per continuare il
viaggio, l’importante è uscire da questo nastro d’asfalto di cui ci sentiamo
ormai prigionieri, e mettere nuovamente le ruote sulla sabbia!
Ma un po’ bisogna anche dormire, e allora sosta a qualche decina di metri dalla
strada; io srotolo solo il sacco a pelo, Nicola monta la tenda. Siamo in mezzo
al niente, al buio per non attirare visite inaspettate. Una gran luna ci fa
compagnia: sembra quasi di ritrovare la pace smarrita.
Ma la poesia viene subito uccisa. Il compagno d’avventura trova l’ispirazione e
si allontana qualche metro: dopo tanta strada anche l’intestino vuole
alleggerirsi! Ecco, nell’unica sera senza vento (e senza tenda) -il bastardo- si
piazza sotto vento e uccide la poesia della notte: penso che mi abbia fatto
provare in un’unica soluzione l’odore intenso e nauseabondo di migliaia di
animali in putrefazione incontrati! Buon anno, e se domani caschi ti lascio lì,
tanto dentro sei marcio...
N: Al mattino ‘pronti-via’, neanche colazione, e per pranzo siamo di nuovo a Kiffa. Siamo chiaramente ad un punto morto, e ce lo ricorda essere di nuovo a fare il pieno dal benzinaio al quale abbiamo chiesto indicazioni per la guida un giorno e 1300 Km prima. Ci vuole una svolta: quindi decidiamo di chiarirci le idee mettendo innanzi tutto qualcosa di decente sotto i denti.
Andiamo al
Phare du Desert, il grande campeggio intravisto la sera prima fuori città, con
la speranza di trovare, oltre ad un pranzo caldo, qualche altro turista in
fuoristrada, o per lo meno un contatto con una guida vera. Niente da fare, il
campeggio è deserto, il capo non c’è e tornerà "in giornata", c’è solo un
guardiano, che ci promette di portarci del pollo con patate. Servizio rapido:
solo per tirare fuori due coche ci vuole mezz’ora, il nostro pollo probabilmente
deve ancora essere comprato al mercato in città, dato che ci arriverà dopo due
orette buone… ma nel frattempo ci svacchiamo nel bel patio, e con calma ci
mettiamo a studiare le nostre cartine.
Dunque, sappiamo che la Michelin 953 riporta 500 km di fuoristrada tra Kiffa e Tidjikja,
l’unico posto in cui possiamo sperare di trovare benzina sulla pista per Atar.
Non ce la possiamo fare senza un pickup che ci porti la benzina. Ma… un momento:
come è possibile che siano 500 Km? In effetti la cartina IGN francese ne segna
solo 270! Bene bene… Non abbiamo i punti GPS, ma la pista è ben segnata sulle carte. Ce
ne andremo da soli, al diavolo le guide!!! Festeggiamo la scoperta gustandoci il
pollo tanto atteso e, finalmente in pace con noi stessi, inforchiamo la moto.
Lasciare la strada asfaltata è una vera liberazione. Ogni preoccupazione, ogni
ansia svanisce, la mente si libera, ci abbandoniamo completamente alla pista che
abbiamo davanti.
D: Pistone largo
e piatto come antipasto, sabbia come primo e la pista più bella del mondo come
secondo. Il contorno è dato da un paesaggio che finalmente cambia, dalle
montagne che diventano cornice di uno scenario da favola: immaginate colline
dolci di sabbia soffice... immaginatele coperte di una delicata e rada erbetta
che fa apparire il tutto come un prato inglese... Ecco, in mezzo a greggi di
animali che pascolano in questo paesaggio da cartolina, corrono due solchi
profondi, corre una traccia che da percorrere in moto sembra una pista da bob
infinita. Impossibile fermarsi a fare delle foto, troppo libidinoso per pensare
di fermarsi: si vola sulla sabbia, dentro uno dei due solchi lasciati dai 4x4;
un saliscendi su colline morbide, in mezzo ad un prato inaspettato, ed ad ogni
curva la sponda alta a cui appoggiare le ruote della moto. La sabbia è soffice,
bisogna correre, ma la sensazione di essere in paradiso fa percepire
leggerissimo il bicilindrico...
Fosse finito lì il viaggio, ne sarebbe valsa la
pena. Esistesse un posto così in Italia, lascerei uno stipendio per percorrere
quei chilometri di piacere puro...
E dopo, ancora montagne e sabbia: rocce nere
e oued di sabbia soffice.
Il sole cala, qualche volo, una facciata sulla sabbia:
cerca un posto dove piantare la tenda, che tra 30 minuti è buio... Lo
sguardo vaga ai lati della valle, ti strega la sabbia che sfida la gravità per
arrampicarsi sui fianchi della montagna. Ecco dove pianteremo le tende, lassù, a
mezza costa su quella montagna, e per salire useremo quello scivolo verticale di
sabbia... Prima, seconda, limitatore... effetto fionda, e una massa da 300 kg
sale verso il cielo ormai scuro. Tre o quattro tentativi per fare salire anche
la seconda moto e si montano le tende al buio, in una conca di sabbia sospesa
sul lato della montagna.
Campo spettacolo, umore a mille, occhi pieni di
paesaggi fantastici... Mezza giornata di fuoristrada e siamo in un’altra
dimensione, un centinaio di km e siamo lontani anni luce da quel nastro
d’asfalto: riappacificati col mondo, in un altro paesaggio, pervasi solo da
sensazioni piacevoli.
D: E la giornata
inizia al meglio: mente e motore ancora freddi, e giù. Giù da quello scivolo di
sabbia per riprendere il nostro cammino verso il passo di Nega. La sabbia è
davvero soffice, ed è meglio non fermarsi mai: ripartire è un incubo, ed è
sempre difficile riguadagnare la giusta velocità per viaggiare in scioltezza.
Passiamo a lato di un villaggio e tutti si sbracciano come sempre: ovviamente a
dar retta a tutti ti dovresti fermare in ogni casa... Tiriamo dritti e
continuiamo a viaggiare a lato di montagne nere, su una sabbia molto chiara e
quasi inconsistente. Altro gruppo di case e sosta obbligata: ‘El
Gheddiya, andiamo bene per El Gheddiya?’ Indicando una direzione con il
braccio. Inutile cercare risposte certe: uno dice di si, l’altro no, ma tutti
vogliono che ti fermi e chiedono un regalo...
Tempo zero e tutto il villaggetto è
intorno alle moto: si prova a richiedere a chi sembra essere il capo, sempre
dopo tutti i saluti di rito. No, la strada è sbagliata, bisogna girare intorno
alla montagna di prima... Stavolta il GPS non ci ha preso, e l’intuito neppure.
Avanti si potrebbe andare, ma il passo, dritti da qui, è buono solo per i
cammelli. Dalle carte non si capisce veramente niente, ma mezz’ora di consulto
con i locali ci convince di tornare sui nostri passi. Non val la pena di
rischiare e dopo aver ritirato tutte le nostre cartine, si decide di tornare un
po’ indietro, al villaggio di prima.
Penso che un po’ tutti ti prendano per un marziano: un marziano deficiente.
Almeno facessi ‘Le Rallye', ma qui che cavolo ci fai? Poi vestito così da
scemo... e possibile che in tutto quello zaino non ci sia neanche un regalo per
loro? E poi impara a pronunciare bene i nomi delle città: mica ‘El Gheddiya’,
più una cosa tipo ‘Lgddiaa’...
Se non altro tornati al primo villaggio sembra che le comunicazioni funzionino
meglio. Vien fuori pure che il tipo si sbracciava (all’andata) per farci capire
che stavamo sbagliando strada: ‘Le Rallye’ girava prima, non dovevamo
andare dritti... No, non facciamo ‘Le Rallye’, ma il passo di Nega rimane quello
anche per noi turisti... -E che giro fa ‘Le Rallye’ quest’anno? E passa di
qui? Perchè quando passa è una grande festa... Uno, forse due anni fa... -Davvero,
non sapremmo, però grazie per le info. Spiacenti, niente regalino. Anche se
questo, forse, se lo sarebbero meritato...
Prendiamo la giusta direzione, e se prima la sabbia sembrava molle, ora è ancora
più soffice, e come se non bastasse la pista si arrampica sulla montagna...
Fermarsi qui vorrebbe dire insabbiarsi nel ripartire e spingere fino alla
morte: poco importa se l’acqua bolle e il motore reclama una sosta, io mi fermo
solo se finisce la benzina...
Dai gas, fammi sentire questo limitatore!
Per arrivare in cima al passo bisogna percorrere una pista di sabbia soffice che
si arrampica tra colline e valloni, e la tentazione di fermarsi a fare qualche
foto viene smorzata solo dall’idea di dover spingere in salita. È una pista
stranissima: sembra una nostra strada di montagna con curve e controcurve, ma
qui non c’è asfalto e i solchi dei 4x4 rendono il tutto ancora più rognoso. In
una ‘sponda’ troppo brillante mi si gira anche il ginocchio, ma davvero su
queste piste non c’è la possibilità di fermarsi a compatirsi...
Prima di partire
qualche lettura sul ‘temibile passo di Nega’ mi aveva spaventato e affascinato,
ma ora, percorrendo la pista, ogni pensiero che non sia inerente alla assoluta
necessità di dare gas svanisce, e così anche la salita di sabbia finisce. Arriva
a ruota Nicola e tiro un respiro di sollievo: pezzo impestato passato ...e
subito ne sento la mancanza....
E dopo la sabbia le pietre, ma prima, tanto per gradire, il giusto mix di sabbia
con pietroni che spuntano fuori. Comunque il paesaggio rimane incantevole e, dopo
una sosta fotografica, si riprende a correre prima sulla sabbia, e poi su
pistoni veloci. Incontriamo qualche configurazione isolata di rocce strane, poi
tutto di nuovo un po’ più monotono. Le piste si fanno più numerose, ma tanto
ormai siamo vicini a incrociare una strada asfaltata che porta dritti a Tidjikdja.
Dopo tanto andare per piste, trovare l’asfalto dà sempre conforto,
anche se dentro muore qualcosa...
Dopo qualche decina di km arriviamo alla ‘meta di tappa’, Tidjikja, e -come
sempre- la prima cosa da fare è cercare benzina e un posto per dormire. Per
la benzina siamo sfortunati (al distributore della città non hanno benzina, solo
gasolio, ma se ne vogliamo ne hanno casualmente un paio di taniche a 2 euro il
litro...). Abbiamo però
conservato una preziosa indicazione che ci hanno dato dei
turisti a Nouakchott su dove dormire. Il posto è gestito da un'europea che ha
sposato una guida locale, e l’accoglienza è scarna ma calorosa.
Se non altro un
ragazzino che bazzica in questo posto ci dice che in città la benzina (benzina
normale, di un biancastro lattiginoso) si trova, al mercato nero, ma che se
andiamo noi il prezzo lievita, per cui si offre di andare in avanscoperta e
trattare per gli ottanta litri necessari... Detto fatto, ma ovviamente nasce una
discussione infinita al momento di pagare, in quanto il prezzo pattuito
(comunque maggiore di quello praticato dalla distribuzione ‘regolare’), era
riservato solo ai locali: noi siamo turisti e quindi ricchi e scemi, per cui
dovremmo pagare i canonici 2 euro al litro. Peccato che il ragazzino non potesse
guidare le nostre moto, altrimenti avremmo lasciato l’incombenza a lui. Al
mattino seguente, faremo così per comprare l’acqua necessaria. E ovviamente il
risparmio sarà garantito!
All’auberge (che, come sempre,
è una sorta di ostello,
o comunque qualcosa di molto lontano dal nostro concetto di ‘albergo’) incontriamo
anche tre svizzeri che viaggiano coi quad: arrivano da Chinguetti, che si trova
più ad est rispetto ad Atar, la nostra meta. Ci tranquillizzano e spaventano
allo stesso tempo: pista lunga, difficile in alcuni tratti per via della sabbia
molle, e in altri dura e scorrevole... a patto di trovare la strada giusta! E non
si incontra anima viva...
Comunque la notte trascorre tranquilla, e al mattino
siamo pronti per la tappa più impegnativa: 400 km di deserto (da fare in un paio
di giorni) per arrivare ad Atar. Partiamo carichi di benzina e acqua, anche se
un po’ intimoriti da una pista poco (o per nulla!) frequentata, e con
pochi villaggi in mezzo...
Alla fine i km saranno circa 470, la benzina non sarà
sufficiente e un po’ di paura pervaderà le nostra menti... ma andiamo con
ordine.
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