|
|
5000 km in
Mauritania - Parte 2 Vai a: [Parte 1] - [Parte 2] - [Parte 3] - [Considerazioni Personali] - [Scheda tecnica] |
Davide: Ancora un
controllo della polizia prima di uscire da Tidjikja e imbocchiamo la prima pista
che sembra andare nella giusta direzione: non abbiamo fatto neanche un
chilometro e già ci accorgiamo di andare verso un ‘cap’ non ottimale. Si girano
le moto nella sabbia molle e appuntiamo la prima caduta: alzarle da cariche è
sempre un supplizio, e ripartire è una lenta impresa da fuorigiri...
Poi la pista si fa bella: scorrevole e tecnica al tempo stesso, con qualche
pietra ben nascosta e qualche zig-zag da fare nella sabbia. C’è vegetazione
bassa e rada, ma troppe pietre di contorno, per cui fare fuori pista
risulterebbe troppo lento ed impegnativo.
Abbiamo delle ‘tappe’ intermedie da
raggiungere, tra cui Rachid. La pista diretta la taglierebbe fuori, ma nei
pressi c’è una guelta che merita e poco prima un palmeto: dovendo fare 400 km in
mezzo al niente, tanto vale andare a vedere tutto quanto di interessante c’è nei
paraggi.
La direzione sembra ancora una volta non ottimale, per cui mi fermo... il socio
non se ne accorge e prosegue, e prima di vederlo tornare indietro passeranno
interminabili minuti: tanto vale prenderla con filosofia e togliersi il casco!
Un po’ di sole a dicembre è sempre gradito, e l’unico disturbo è la sabbia
alzata dal vento...
Tornato Nicola, si riparte prendendo un’altra direzione, e dopo poco arriviamo
ad un palmeto: ormai
intorno
è solo deserto, e vedere delle palme in
mezzo al niente ha sempre il suo fascino. Peccato per l’aria carica di sabbia
che fa apparire tutto ovattato e privo di brillantezza, e peccato per il fondo troppo soffice, che
rende ogni sosta un incubo per ripartire.
Nicola:
Giusto il tempo di una foto e si prosegue in direzione di un pozzo. La pista si
fa più tecnica, attraversa un caos di pietre in cui il percorso è obbligato,
bisogna seguire i solchi lasciati dai fuoristrada, che serpeggiano fra i sassi.
Rallento il ritmo, ma la sabbia nei solchi è molle e sotto una certa velocità la
regina sprofonda, diventa nervosa, incontrollabile. Sono a terra. Come al solito, non riesco ad alzarla. Davide ride mentre viene a darmi una mano, io noto
con preoccupazione la benzina che esce dal tubo di sfiato del serbatoio. Non
possiamo permetterci di perderne una goccia...
Riparto. Il posteriore scava, prima, seconda, mi alzo in piedi. Non riesco a
prendere la velocità necessaria per galleggiare, cado di nuovo. Ho fatto dieci
metri. Stavolta Davide non ride. Agguanto la moto con rabbia, tiro, spingo per
farla uscire dalla sabbia, riparto. Ma non c'è due senza tre, pochi metri e sono
di nuovo in terra. Non ricordo nemmeno quante volte succede. La fatica si fa
sentire, il morale sprofonda. Ora che si fa sul serio, scopro che non ci so
nemmeno stare in piedi su questo elefante di moto. Mi sento responsabile verso
il mio compagno, so che in questo momento il suo limite sono io.
Arriva e
mi dice secco: "Basta. Non possiamo andare avanti così. Si torna indietro."
Non sta scherzando. È una frustata. Dove è l'Er Gallo che grida a squarciagola
"DAI GAS!" ai compagni in difficoltà, incubo e leggenda di chiunque
abbia viaggiato con lui? Nemmeno questo mi merito? Non rispondo, mi scorre
davanti agli occhi il mesto ritorno a Kiffa, l'asfalto della Via della Speranza.
Deglutisco un boccone amarissimo, guardo in terra mentre farfuglio "Arriviamo a
Rachid, poi si vedrà".
Non posso non farcela. Devo solo girare quella maledetta manopola finché ce n'è,
pensare solo ad accelerare, andare più forte, far galleggiare la moto, al resto
ci pensa lei! E, questa volta, funziona...
D: La pista si
fa un pelo più scorrevole, e nonostante qualche ulteriore caduta, Nic trova la
forza e le energie per continuare. Non ci fermiamo neanche al pozzo e tiriamo
dritti verso Rachid; ci buttiamo in un oued ampio e scorrevole, ma di sabbia
soffice come borotalco: manetta spalancata, motore in perenne ebollizione e...
vietato rallentare.
Arriviamo a questo paese arroccato su una collina, che
domina il fiume in secca sul quale corriamo... il tempo di fermarsi e siamo
circondati da una moltitudine di bambini e ragazzi invadenti. La Dakar è
sicuramente passata di qui negli anni scorsi, per cui sanno bene cosa sia una
moto, e quanto sia raro sia che una di queste si fermi. Forse, se entriamo in
paese, troviamo anche un po’ di benzina, per cui ci infiliamo nelle viuzze
sabbiose con la scia di bambini che ci rincorrono... Ovviamente della benzina
neanche l’ombra, ma se volessimo fermarci qualche giorno saremmo i benvenuti...
e se non ci vogliamo neanche fermare, almeno qualche cadeau...
A star
dietro a tutti quelli che chiedono un regalo, bisognerebbe scendere col camion
carico! E tutti che vogliono le scarpette che ho sul traversino del manubrio:
meno male che sono ben legate...
N: A me un tizio arriva addirittura a proporre un affare eccezionale. Mi chiede cordialmente, come si chiederebbe una sigaretta: "Scusa, perché non lasci qui la tua moto e continui in sella col tuo amico?" Disarmante…
D: Via, via,
verso la guelta di Taoujafet, che dalle foto che abbiamo visto a casa dovrebbe
essere uno spettacolo della natura... Sempre sabbia, sempre acqua del radiatore
in zona rossa, ma i km passano veloci e il GPS dice che siamo vicini...
Cambia
il paesaggio, diventa tutto pietre; io mi incaponisco a cercare un punto GPS che
è palesemente sbagliato, mentre Nicola trova l’imbocco esatto per la guelta.
Peccato, c’è poca acqua e la poca che c’è è nera e palesemente malsana, ma il
paesaggio rimane speciale e da cartolina. Ci si riposa un po’, si fa qualche
foto e puntuali arrivano madre e figlia a chiedere un presente: non abbiamo
niente, le scarpette sul manubrio non ve le posso dare e l’elemosina non è mai
dignitosa... Queste non si perdono d’animo, vanno alla ricerca di una latta, e
la usano come tamburo mentre abbozzano qualche imbarazzatissimo passo di danza
tribale: scena pietosa e per fortuna breve, ma una mancia se la sono meritata...
Fantastico: abbiamo scovato il palmeto, Rachid e pure la guelta. Nicola si è
ripreso, il morale è di nuovo alto e ora non rimane che puntare su Atar... sì e
no trecento km. Ma abbiamo già fatto parecchi piccoli errori di navigazione e
qualche km in più sicuramente l’abbiamo percorso, la mia moto sulla sabbia molle
soffre un po’ (e beve) e l’altra si è coricata un po’ troppe volte... più che la
paura di finire l’acqua, incombe la paura di finire la benza! In più la benzina
che abbiamo messo a Tidjikja era di un colore assurdo, bianca come il latte...
quanto renderà al chilometro? Ma che importa, qui c’è solo sabbia su cui correre,
e planando su questo soffice tappeto svaniscono tutte le paure...
Corriamo in
quello che era il letto di un fiume: ora c’è solo sabbia impalpabile, qualche
palma e qualche acacia su quelli che dovevano essere gli argini rigogliosi... Un
po’ troppo a nord-est, allora correggiamo il tiro uscendo dall'oued...
costeggiamo un cordone di dune, ci teniamo alla sua sinistra, e prima o poi
dovremo trovare il modo di attraversarlo...
Il vento alza sabbia in quantità, il
paesaggio da una parte è piatto e dall’altra presenta queste dune morbide,
discretamente alte, di sabbia rognosamente molle. Di una pista che attraversi
queste dune neanche l’ombra, eppure è di là che bisogna andare. Il vento
cancella ogni traccia in pochi minuti... mai perdersi di vista: qui se perdi il
compare non lo ritrovi più... e lo speck ce l’ha tutto lui!
Questo paesaggio non è il massimo, più che altro la sabbia nell’aria rende
tutto opaco e annulla l’orizzonte... ma è lontano da quello che i nostri occhi
sono abituati a vedere e... ed è fantastico! Nessuna carreggiata da seguire,
nessun limite mentale o fisico: alzi lo sguardo, analizzi velocemente la sabbia,
studi in una frazione di secondo dove passare... e dai gas. Salite, discese,
creste morbide da surfare: chi se ne frega della benzina che cala... E la
paura che ti pervade (...alla fine sei su due sole ruote, lontano da tutto,
senza una traccia da seguire, con piu’ benzina che acqua...) crea adrenalina che
entra istantaneamente in circolo: droga reale, droga da assuefazione, quel mal
d’Africa che quando torni a casa ti uccide...
E giù a urlare a Nicola... ‘Dai, muoviti, che quella laggiù è la sagoma di
un camion!’. Poche sono le costanti dei miei viaggi in Africa, ma di sicuro
è un must l’urlare a chi mi accompagna: ecco perchè ogni anno devo
trovare qualcuno nuovo che mi sopporti!
Il camion non è un miraggio. E non è
qualche ultratecnologico turista su un Unimog da trecento milioni, ma una
autocisterna vecchia come una Topolino, che arranca senza fermarsi nella sabbia,
seguendo una traccia ai nostri occhi invisibile... Carico di nafta, solo diesel,
e neanche un litro di benzina. Vabbè, se non altro ci lascia una traccia da
seguire a ritroso (finché il vento non la cancellerà) e la consapevolezza di
essere sulla rotta giusta.
Ci lasciamo alle spalle le dune, si prosegue su un piattone a volte di sabbia inconsistente, altre volte di sabbia mista a pietre.
Seguiamo l’abbozzo di una pista in un dedalo di tracce che si disperdono nelle
più svariate direzioni, e dopo parecchi chilometri vediamo delle capanne e lì
vicino il segno tangibile che Dio esiste: decine e decine di fusti nuovi di
pacca, rossi fiammanti: Total. Unleated fuel. A naso saranno 5.000 litri. A noi
basta rabboccare i serbatoi per avere la certezza di arrivare ad Atar. Fossero
anche solo 10 litri ci accontenteremmo... Spegnamo le moto, via il casco e si
parte coi saluti di rito. Questi stanno lì da giorni, forse da settimane, in
una capanna di paglia a fare la guardia a questo distillato di petrolio. E per
passare il tempo giocano ad una specie di dama cinese su una scacchiera
disegnata sulla sabbia. Le pedine bianche sono dei bastoncini di acacia, i neri
cacche di cammello secche...: salutiamoci pure, ma la mano non te la stringo!
Due ore. Forse tre. Vuol dire centottanta minuti. A elemosinare, a piangere. A
supplicare un po' di benzina. Le abbiamo provate TUTTE. Niente. Quella è la
benzina per un rifornimento volante della Dakar. E a noi non ne spetta neanche
una goccia... Non credevo possibile così tanta determinazione nel dire di ‘no’:
mi sono illuso cedessero allo scadere della prima ora. Credevo si sarebbero
impietositi alla seconda, dopo averli convinti che saremmo morti in mezzo al
deserto... Zero. Non abbiamo ricaricato neanche il fornelletto... Ciao, ciao.
Buona guardia... Impiccatevi. Ma alla fine stavano solo facendo il loro lavoro.
E quanto l’hanno saputo fare bene!
Prima di salutarci ci danno una dritta: per Atar tornate un po’ indietro e prendete
la pista di sinistra... E noi indietro siamo tornati, ma della pista di sinistra
neanche l’ombra! Abbiamo iniziato a vagare in mezzo ad una distesa infinita di dunette, che poi hanno lasciato il posto ad uno sconfinato paesaggio di sabbia,
a tratti piatto, a tratti movimentato da dune e dislivelli vari. Un infinito
fuoripista. E neanche una traccia. Con i punti GPS palesemente sballati o
comunque assolutamente insignificanti: piazzati a caso nel vuoto cosmico. E ti
rendi conto che Atar è mostruosamente lontana, che la benzina non è sufficiente,
che indietro non ci torni e che hai quattro litri d’acqua, che forse bastano per
un giorno e mezzo... a patto di non coricare spesso la moto.
Incrociamo delle
dune da attraversare, qualche piantata di troppo, la sabbia è soffice, non sai
mai cosa c’è oltre la cresta, e a ripartire da un buco tra le dune si fatica
sempre... ma è inevitabile quando non si è su una pista e tantomeno non si
stanno seguendo delle tracce.
In un passaggio che necessita una ricognizione a
piedi, vado avanti a vedere dove passare: trovata la via migliore, torno sui
miei passi e quando rivedo le sagome delle moto e di Nicola mi accorgo che la
mia Africa ha le luci accese... merda! Scena già vista l’anno scorso! Urlo,
cerco di dire a Nicola via radio di spegnermi le luci, ma su quel cavolo di
manubrio ci sono troppi interruttori... in più
confondo la destra con la sinistra e il tapino sente le mie urla, vede la mia
disperazione ma le luci rimangono accese...
N: Il lettore ora penserà che sono un deficiente, per cui mi permetto di puntualizzare... sto camminando verso la modo di Davide quando mi accorgo che da mezzo chilometro il socio mi sta urlando come un dannato. Da quanto si sbraccia, ci deve essere un pericolo di morte imminente... D'istinto mi volto, aspettandomi un'armata di predoni all'orizzonte, un aereo che mi precipita addosso, o un'astronave marziana pronta a risucchiarmi con il suo beamer... Quando capisco di cosa si tratta (!), mi metto alla ricerca del famoso interruttore, ma avete presente Azzurrina? Intanto il faro in questione non è sotto chiave (mah?), poi sul manubrio c'è una sfilza di interruttori mimetizzati da stop motore di emergenza, trovalo te quello giusto, col franco che grida senza sosta e pure indica il lato sbagliato...
D: Per fortuna la batteria nuova
di pacca (cambiata appena prima di partire) sopporta bene questo uso improprio,
e la moto si accende senza problemi... è andata meglio del viaggio in Tunisia!
Il sole scende sull’orizzonte e anche l’ultimo punto della giornata, quello che
ti sei prefissato di raggiungere perchè marcato come importante, non vuol dire
nulla. Ci sono sì delle tracce, ma si disperdono per 360 gradi, e tutte, ma
proprio tutte,
finiscono soffocate da qualche duna.
Non valgono nulla, non danno neanche una direzione da seguire e ti fanno capire
che qui la sabbia inghiotte tutto in men che non si dica... È venuto il momento di accendere la balise,
il nostro rally finisce in mezzo a questo cordone di dune, ma almeno il camion
scopa ci tirerà fuori da qui. ... Illuso: come non ti spettava la benzina, così
non hai una balise. E a seguirti non c’è nessun camion scopa.
Cala il buio, io testardo voglio trovare una dannatisima traccia,
e piantarci la tenda sopra. Non la si trova: i fari illuminano solo sabbia, ci
infiliamo in qualche canale in mezzo alle dune, ma sono tutti vicoli ciechi:
alla fine ci sarebbe sempre qualche duna soffice e tagliata male da scalare...
Nicola insiste
-a ragione- per fare campo.
N:
Mi ci vuole un po' a convincere Davide a mettersi il cuore in pace: non
troveremo la pista questa sera, e forse una vera pista non c'è nemmeno, se
tracce relativamente fresche sono ricoperte da recenti cordoni di dune non c'è
da stupirsi se il nostro punto, preso da qualcuno anni prima, è in mezzo alle
dune...
Stop ai motori, si piantano le tende e si mangia qualcosa,. ma niente che
preveda l’utilizzo di acqua: inizia a diventare più preziosa della benzina!
Ecco, questo è il classico campo in mezzo al deserto, in mezzo al niente,
contornati solo da sabbia, e con un cielo che non potrebbe avere più stelle...
Sarà che nel tentativo di stare dietro al compagno che da un'ora non si dà pace
non ho avuto tempo di pensare a niente, sarà il sollievo per averlo finalmente
raggiunto e convinto a fermarsi, oppure la stanchezza che mi fa desiderare il
giaciglio pensando chissenefrega della pista, non sento la tensione per questa
nostra ennesima empasse per cui Davide è (cosa veramente inconsueta) tanto
preoccupato: mi concentro sulla mia cena a base di speck, grana e prugne secche, gnam gnam...
D: Cerco inutilmente di nascondere il nervosismo, intanto il compagno tira fuori tutte le dettagliatissime cartine che abbiamo. Le studia attentamente e poi ci si consulta: deviando a ovest dovremmo riuscire ad aggirare questo cordone! Ma in Mauritania anche le migliori cartine hanno più di vent'anni...
D: Di notte si
dorme, se non altro per la stanchezza, e al mattino ci si prepara, come sempre,
con parecchia calma. Ma un po’ di tensione c’è: oggi vietato sbagliare, oggi
deve filare tutto liscio o non ne usciamo... E partiamo senza sapere che questo
sarà il nostro ‘giorno più lungo’, senza sapere che prima di esserne
fuori faremo l’alba...
Iniziamo con la nostra mega deviazione, con l’intenzione
di aggirare il cordone di dune. Viaggiamo su una distesa di sabbia, tenendoci le
dune a destra, in attesa di vedere l’ultima collina di sabbia o un canale
abbastanza ampio per infilarcisi dentro. Ovviamente abbiamo perso le speranze di
vedere una traccia decente, una qualche pista da seguire... E passano i
chilometri. E passa il tempo. Fino a quando davanti a noi non si materializza un
altro cordone di dune, perpendicolare a quello che stiamo costeggiando: vicolo
cieco quindi, di qui non si passa! L’unica soluzione è tornare indietro,
seguendo le nostre stesse tracce che il vento ha già in parte cancellato.
Siamo
quasi al punto di partenza quando decidiamo di infilarci in un corridoio, che
certamente finisce, ma che si addentra abbastanza tra le dune. E arrivati in
fondo, con ormai solo dune a destra, sinistra e di fronte lasciamo le moto e
partiamo per una lunga ricognizione a piedi: si cerca di salire il più in alto
possibile, si studiano i passaggi migliori e quelli da evitare assolutamente.
Piccoli passi, pestando la sabbia per verificarne la consistenza; occhi
sgranati, cercando di fissare aleatori punti di riferimento e di studiare le
diverse sfumature di colore della sabbia... E poi la liberazione: ecco che si
vede un’uscita, ecco la direzione da prendere per passare meno dune possibili!
Torno indietro entusiasta, l’uscita c’è! Ma... ma quanto dovremo penare per
arrivarci? Il briefing è rapido: ‘Franco, dai gas! Franco, non ti fermare
mai!’. E via! Un po’ si spinge, un po’ si urla... ma neanche troppo, e in
meno di un’ora siamo fuori!
La sabbia è una cosa fantastica, ma il piattone che
segue, di terra dura, disseminato di rocce, sferzato dal vento... è quasi la
Terra Promessa! E si intravedono pure delle tracce! Filiamo veloci, ora si
viaggia più distesi, e l’unica preoccupazione è quella di bere poco e di
consumare poca benzina...
Fila tutto troppo liscio, e allora la moto decide di
singhiozzare... e poi di spegnersi. E non vuole ripartire. Sul piatto più
totale, in mezzo al niente, con i granelli di sabbia portati dal vento che ti
bucano gli occhi, tocca anche fare i meccanici! E se per smontare mezza moto ci
va abbastanza poco, il nervoso e la perdita di tempo si sommano per slegare e
tirare giù il bagaglio, cercare i ricambi (alla fine è solo uno dei tre filtri
della benzina intasato, ma bisogna pure cambiare qualche tubo di raccordo...) e
ricomporre lo zaino come nel diabolico gioco di tetris, dove neanche uno
spaziettino infinitesimale può rimanere vuoto...
Si riparte; il piattone continua fino ad un palmeto
nei pressi di Ain Cefra, dove le carte indicano un
pozzo. Ci fermiamo e
arriva subito qualche bambino a cui chiediamo se per caso abbiano benzina.
Ovviamente no, ma per l’acqua (seconda richiesta) si può fare qualcosa. Lo seguo
per un centinaio di metri e arriviamo ad un pozzo scavato nella sabbia: il
ragazzo sposta la lamiera che lo copre e si vede un buco di circa un metro di
diametro e profondo sei o sette... e il fondo è ricoperto di sabbia umida:
dell’acqua non c’è traccia! Sale l’angoscia: noi a fine giornata non
arriveremo, specie se finiremo la benzina lontano da qualcosa o qualcuno, ma in
qualche modo ci arrangeremo... ma questi? Ma questi non devono resistere fino a
domani, questi devono viverci qui!
Forse il tizio legge l’angoscia nei miei
occhi, mi dice di non preoccuparmi e si avvicina ad una palma: lì
sotto c’è una specie di otre, e con l’acqua che c’è li dentro mi riempie due
bottiglie. Acqua... sicuramente acqua, ma di colore marrone, piena di depositi e... incredibilmente puzzolente! Forse dopo aver bevuto l’acqua del radiatore
e l’acido della batteria riuscirei a bere questa roba, comunque ringrazio con
vistosi gesti di approvazione e ampi sorrisi.
Torno da Nicola, non ho
coraggio di dirgli quello che ho visto e lo stato dell’acqua che ho preso.
Subito veniamo distratti dagli abitanti del posto, che tengono in mano dei
frutti somiglianti a meloncini verdi. Chiediamo se siano commestibili e se ce ne vendono
uno: la cifra è alta, ma dobbiamo pur ringraziare per l’acqua! Lo tagliamo in
due (dentro ha una polpa bianca e dei grossi semi) e io divoro la mia parte
scavando col cucchiaio del coltellino. Dolce, fresco e dissetante! Forse per
paura della sete che rischiamo di patire, ne mangio altri due interi (ovviamente
appena hanno visto che gradivamo si sono materializzati decine di questi frutti!),
fino a sentire lo stomaco reclamare: almeno in caso di non-commestibilità
sarei morto senza soffrire...
Mentre sbanchettiamo seduti sulle moto in mezzo
alla pista che attraversa il palmeto, arriva un fuoristrada locale con dei
‘turisti’ francesi sopra: scambiamo due parole, scopriamo che vanno (quasi)
nella nostra direzione e scrocchiamo un po’ d’acqua, giusto quella che serve a
riempire il camelback.
Grazie, grazie, ciao, ciao e ripartono prima di noi...
Faccio un po’ di premura
a Nicola: vorrei stare sempre davanti a questo fuoristrada, così ci verranno in
aiuto, se capitasse qualcosa. Per superare il fuoristrada ci mettiamo un po’, e
subito dopo ci fermiamo per un passaggio un po’ ostico: dove cavolo passa la pista?
Da che parte conviene superare queste dunette? Ci piazziamo dietro al
fuoristrada, e sfruttiamo la conoscenza delle guide per trovare il passaggio
migliore. Peccato che prima di essere fuori ci sia una conca di sabbia mollissima
(tipo fech-fech) da oltrepassare... e a
spingere ste vacche quasi svuotiamo i camel-back!
N:
E mentre spingiamo il fuoristrada ci supera... Ripartiamo di corsa e lo
acciuffiamo. Siamo sulla pista giusta!
Dopo poco, incrociamo una famiglia di ricchi
turisti mauri intenti a pregare rivolti alla Mecca, a qualche metro dal loro
veicolo fermo in mezzo alla pista. Un po' per
curiosità,
un po' per la "solidarietà del deserto" che è molto radicata nella cultura
locale, interrompono le preghiere per sapere di noi e del nostro viaggio. Ne
approfittiamo per elemosinare altra acqua.
D: Ripartiamo, percorriamo qualche chilometro, e in
un tratto di sabbia e pietre Nicola cade e non riesce a tirare su la moto: io
sono avanti, mi ha avvertito per radio, ma indietro con la moto non ci torno per
non consumare benzina inutilmente... Mi incammino a piedi, 5 minuti e sono lì,
mettiamo in piedi il mezzo e... e ci passano ancora una volta i nostri angeli
custodi! Merda!
Via, via... cerchiamo di riprenderli! Ma a
far le cose di fretta non ci si guadagna mai: gli occhi non guardano il GPS e
prendiamo una pista che lentamente ci porta fuori rotta... Dopo qualche
chilometro decidiamo di tornare indietro: infatti fermandoci e guardando i
tratti di sabbia, non si vede nessun segno recente di pneumatico... o almeno non
sembra! E quella di tornare sui propri passi, specie quando la benzina
scarseggia, non è mai una scelta facile: alla fine non sai mai se indietro trovi
la pista giusta, non sai se non l’hai vista o se non c’era... E risolcare le
proprie tracce è già un grande spreco, ma nel caso in cui si scoprisse che si
era sulla via giusta (o non si trovassero delle valide alternative) ci si
sentirebbe anche imbecilli!
Scopriamo una deviazione in cui ci buttiamo, anche se la
pista dalla quale arrivavamo era meglio tracciata. Ma dopo poco vediamo dei
segni ‘freschi’ sui tratti di sabbia: forse ci siamo!
Il paesaggio torna un po’
monotono, molto ‘pietroso’, un po’ piatto, con l’orizzonte sempre indefinito per
via della sabbia sottile presente nell’aria. E del fuoristrada che ‘inseguiamo’
neanche l’ombra, nonostante i km scorrano veloci. E capita l’impensabile: in
mezzo a questo deserto, lontano dal più debole segno di civiltà, intravediamo
dapprima un’ombra in lontananza, poi la figura assume i contorni di un
viandante... un locale vestito all’occidentale, abiti sporchi e
lisi... che cammina in mezzo al niente, senza acqua, senza zaino, senza niente
di niente... roba da panico a vederlo, roba che noi ci rimarremmo secchi in 12
ore! Nel solito francese gli chiediamo se una macchina è passata di qua, e oltre
alla risposta negativa, capiamo che la sopravvivenza deve essere ancora più
ardua considerando che gli mancano parecchie rotelle... ma è sereno nel suo
vagare, e lo lasciamo al mondo che gli appartiene.
Rotella o no ti pesa quando
ti dicono che una macchina che ormai dovrebbe essere a qualche centinaio di metri
davanti a te non si è vista! Di segni al suolo neanche l’ombra, per cui si
affaccia il solito dilemma: tornare indietro a cercare qualche bivio o
proseguire? Ma ormai la benzina è davvero poca, potrebbe finire nel giro di
pochi km, e andare avanti sembra l’unica soluzione praticabile...
A questo giro
la fortuna ci sorride, e riacciuffiamo i francesi sul fuoristrada locale: vuol
dire strada giusta e ancora un po’ d’acqua da scroccare! Ci prendiamo il tempo
per scambiare qualche parola in più, raccontiamo della benzina che sta per
finire e ci lasciano anche il loro numero di telefono satellitare: una garanzia
in caso di reale difficoltà!
Ripartiamo per primi, ancora km e km di una
scorrevole pista pietrosa, con il polso leggero che cerca di non dare da bere ai
due cilindri... ma col fondo duro si viaggia allegri. La stanchezza inizia a
farsi sentire, oggi non ci siamo fermati quasi mai, sempre in sella e sempre su
piste sconosciute, con i nervi tesi e il culo alzato, in piedi sulle pedane...
Le ombre si fanno un poco più lunghe, quando
raggiungiamo il passo di Lebchir, una stretta e ripida discesa che movimenta la rotta e regala un paesaggio da
incorniciare... Stiamo viaggiando su una specie di altipiano che
d’improvviso si interrompe, e per scendere al "gradino inferiore"
bisogna superare un tratto ripido, scavato sul fianco della frattura, con grosse pietre
smosse piazzate qua e là. Un passaggio tecnico, ma molto panoramico. Mi gusto Nicola che
scende davanti a me rimbalzando allegramente da destra a sinistra... Essendo un tratto obbligato, quasi non ci stupisce di vedere una
capanna e due ragazzi che vendono souvenir: peccato che non abbiano una
mezza tanica di benzina!
Nic trova ancora le forze di spalmarsi al suolo su un
tratto di sabbia, e a ‘sto giro piega pure le barre laterali: meno male che è
solo sabbia!
Ma niente ci può fermare, e si riparte senza piangersi troppo
addosso... O forse qualcosa sì, forse qualcosa può arrestare la nostra marcia:
il serbatoio del socio è il primo a prosciugarsi, e l’immancabile singhiozzo del
motore indica che è venuta l’ora di trovare una soluzione...
Che sia la fortuna
ad aiutare gli audaci, o il fatto che effettivamente ci avvicinavamo al mondo
conosciuto, poco importa: fatto sta che poco distante da dove ci troviamo si
vedono un paio di tende berbere... E mentre Nicola cerca di convincere la moto a
partire anche solo con i vapori della benzina, mi avvicino al piccolo
accampamento, da dove già una o due persone stavano seguendo i nostri
movimenti... Saluti, scambio di informazioni sul viaggio, sulla salute, sulla
famiglia (in pratica un vergognoso tentativo di mimare il rito infinito del
saluto locale...) e si entra nel vivo del discorso: benzina!
Benzina sì, o solo forse,
ma poco importa, perché ormai siamo fermi e ci dobbiamo considerare loro
ospiti...
È risaputo che il tempo cronologico da queste parti non ha alcun
valore, per cui inutile insistere per sapere quando e quanta benzina sarà
possibile recuperare; l’unica è fidarsi del fatto che abbiano compreso la nostra
esigenza, e che un nostro problema diventi un loro problema.. o meglio: che un
nostro problema diventi una loro fonte di guadagno nel caso in cui riescano a
risolverlo!
Arriva anche Nicola, che è riuscito con dolci carezze a far
diventare astemia la sua moto, e siamo tutti invitati ad entrare nella tenda più
grande...
N: Mentre
Davide si dilunga nei convenevoli (letteralmente, salamelecchi!) di rito, passa nei pressi anche il fuoristrada dei francesi.
Attiro sbracciandomi l'attenzione del guidatore, che con una piccola deviazione
arriva nei paraggi. Il fuoristrada è di un'agenzia di Chinguetti che ispira
abbastanza fiducia, certamente più dei nomadi locali... Chiedo se uno dei loro
fuoristrada passerà di lì il giorno dopo, o se in possono mandarne uno
appositamente. La guida ha un satellitare, potrebbe chiamare subito la base!
Ma
i nostri nuovi amici nomadi si premurano di intervenire assicurargli che non c'è
bisogno: hanno preso a cuore la nostra situazione, per cui trovare della benzina
dovrà essere una incombenza ed un privilegio che spetterà solo a loro!
D: Non resta che entrare nella tenda e vedere come si sviluppa la situazione. Ci offrono anche delle specie di arachidi, che, considerando che sostituiscono il nostro pranzo e (vista l’ora) anche la cena, sgranocchiamo in quantità industriali. E inizia una trattativa estenuante: hanno un fuoristrada con il quale sono disposti a fare i 90 km che ci separano da Atar, lì si può comperare la benzina che serve, e così far tornare a pulsare i nostri motori... Facile... ma mica troppo! La richiesta per i 180 km (90 andare e 90 tornare) appare un po’ esosa, però considerando che potremmo prendere 80 litri e fare il pieno pienissimo alle moto, alla fine il costo per litro può essere accettabile...
N: Giunti ad un accordo proponiamo che uno di noi vada con loro: niente da fare, sulla strada di Atar c'è uno dei frequenti posti di blocco e dicono di non volerlo passare con dei turisti a bordo, la polizia capirebbe che stanno intascando dei soldi e loro passerebbero delle grane. Sarà...
D: Raccomandazioni sui termini dell’affare, una stretta i mano, e in
due partono a recuperare la
broda: ci andrà del tempo, per cui tanto vale rilassarsi e cercare di fare due
chiacchiere. Impossibile, le distanze linguistiche sono troppo marcate, e di
sicuro l’aver discusso per circa un’ora sui termini del contratto fa tenere a
freno la lingua stanca...
Ma l’ospitalità rimane un valore che distingue questa
gente, per cui siamo invitati ad unirci a loro per la cena: donne da una parte,
in attesa del loro turno (ma secondo me non sono sceme, preparando la cena loro,
si strafogheranno il meglio...), e tutti seduti in terra intorno ad un unico scodellone di cous-cous.
Ha inizio una dura lezione di vita... Se pensate di
esservi sentiti in imbarazzo ad un ristorante di lusso per via delle 18 posate
che fanno bella mostra intorno al piatto... ecco, sappiate che quell'imbarazzo è
nullo in confronto a quello che vi potrebbe pervadere l’animo nel caso di
assenza totale di stoviglie! Al ristorante potete sempre estrarre a sorte la
posata da usare, e poi, a patto di non usare il cucchiaio per mangiare gli
agnolotti al magro, nessuno si accorgerà di cosa state combinando... Qui neanche
a sbirciare cosa fanno loro ne uscite! Questi prendono un po’ di cous-cous (con la
mano, ovvio!), se lo fanno roteare delicatamente sul palmo aiutati da un
movimento delle dita, creano una pallina compatta e la accompagnano alla bocca.
La mano rimane pulita e l’operazione potrebbe quasi sembrare igienica... Dopo un
attimo di esitazione ci siamo buttati anche noi, ovviamente con esito
disastroso: preso il cous-cous, questo inizia a passarti in mezzo alle dita, cascando
sui tappeti che sono anche il loro letto; la pallina rimane un esercizio di
stile inarrivabile, per cui dopo l’evidente imbarazzo provocato dalla assoluta
incapacità di eseguire movimenti che -a guardarli- sembrano elementari, ti
ritrovi a leccarti con lingua a cucchiaio il palmo della mano, per poi passare a
succhiarti le cinque dita... E quella stessa posata, la tua mano sbavata, la
devi rimettere nell’unico piatto centrale, quello da cui tutti si servono! Che
vergogna!
E poi al ristorante ti danno apposta il tovagliolo, così quando arriva
il cameriere lo puoi fare scivolare sulle macchie di vino o di salsa che hai
lasciato sulla tovaglia bianca, evitando spiacevoli imbarazzi... ...qui no! Qui
ti alzi (già a fatica, perché mica ti puoi togliere gli stivali e impestare la
tenda con l’olezzo delle calze che hai su da 15 giorni!) e il tappeto sotto di
te sembra una risaia della bassa padana! Cosa fai, copri tutto con la Desert
sperando che nessuno si accorga del quantitativo di riso che c’e’ nascosto lì
sotto? E poi? Mica gliela puoi lasciare per ricordo, prima o poi quella
giacca la dovresti tirare su...
E di imparare non si finisce mai, per cui dopo questa lezione di vita, arriva la
seconda mazzata... Torna il pick-up. Anche se ormai è notte fonda, tutto sommato
hanno fatto in fretta. Ma le facce dei due sono sconsolate, il guidatore scende
e apre il cofano... Ci sono stati dei problemi, il fuoristrada ha rotto un
asse... Hanno potuto recuperare solo 5 litri di benzina, che per noi non sono
sufficienti. Strano però, pretendono che paghiamo loro i 180 km fatti!
N: Come
come? Ma se sono arrivati fino ad Atar (90 + 90 km), perché, anche
col pick-up alle pezze, hanno preso solo 5 litri e non di più? Ehm... ci
spiegano che non
sono proprio arrivati fin lì, il Toyota si è rotto poco prima di Atar, sono
dovuti tornare indietro ad un passo dalla meta, per questo hanno trovato solo 5
litri! Chiaro no? Ma certo...
E dove li avete trovati questi 5 litri? Sotto una duna? Insomma, dopo mille
discussioni capiamo (lo capiamo noi, loro non lo ammetteranno mai) che di andare
ad Atar non ci hanno mai pensato, i 5 litri li avevano in una tenda a 2 km di distanza, e
stanno cercando di spillarci più soldi possibile. Addirittura arrivano a
proporci un nuovo affare: trasportare le moto sul pick-up. Ma non era rotto? No,
funziona benissimo, come avremo modo di verificare più tardi...
Anche se cerchiamo di non darlo a vedere, siamo furibondi. Passi che si
approfittino del fatto che abbiamo bisogno: avremmo volentieri pagato una cifra
esosa per la loro benzina se ce l'avessero offerta. È grave invece che ci
abbiano impedito di essere aiutati sul serio dal fuoristrada incontrato in
precedenza, la cui guida, dimostrando una serietà che queste persone chiaramente
non hanno, si era anche preoccupata di chiamarci sul satellitare per sapere se
andava tutto bene (purtroppo mentre noi aspettavamo ancora fiduciosi il ritorno
del pick-up!). Per di più, lo hanno fatto ben sapendo che con i loro 5 litri non
saremmo arrivati da nessuna parte.
Ormai la situazione è diventata sgradevole, e non intendiamo fermarci oltre.
Contrattiamo a nostro malgrado l'acquisto di quei 5 litri che, anche se non ci
porteranno ad Atar, ci faranno arrivare abbastanza lontano da questo
accampamento e da questa gente. Questa volta l'affare non si conclude con la
classica stretta di mano, ma con un monito sinistro: Un giorno capiterà a te
di avere bisogno di aiuto...
D: Ormai è
notte fonda, così arriviamo a trattare con il guidatore del Toyota, che tra
tutti è stato l’unico ad aver dimostrato imbarazzo per il comportamento
di quelli che ci stavano intorno. È un "trasportatore", e chiaramente è
considerato dagli altri come una persona di servizio, di una classe
sociale inferiore. In pratica è un
taxista del deserto: fa la spola fra i vari piccoli accampamenti di famiglie
nomadi nella regione; ora
(a mezzanotte!) deve ancora portare delle persone da qualche parte, ma seguendolo ci
porterà nella giusta direzione, e una volta finita la benzina, troveremo un
accordo per andare a prenderla fino in città.
E allora iniziamo a seguirlo,
nella notte, in mezzo alla sabbia, lontano dalla pista. È un'incubo: passa di capanna in capanna,
da una parte scarica un tizio; dall'altra prende un tappeto; poi raccatta
una famiglia; uno che si porta dietro mezza casa, l’altro una capra, e così via. Tutto
nel cuore della notte, con queste capanne lontane le une dalle altre, lontane
dalle piste e isolate in mezzo al niente. Estenuante. A passo di pick-up
stracarico nella sabbia, a 20 all’ora. Allora, se pensate che
andare nella sabbia sia complicato, provate quella maura, bella soffice, al
buio, costretti a stare dietro ad un fuoristrada a cui stareste dietro correndo a
piedi... i voli di Nicola ad un cero punto ho smesso di contarli, anche perché
tutte le volte saliva un'agitazione pazzesca: perdere ‘sto tizio, nel nulla, con
pochissima benzina, non sarebbe stato un bell’affare!
E puntuale, dopo un’oretta l’ultima goccia di benzina arriva nei cilindri. Poi il
silenzio. Motori muti in cima ad un passo, nel cuore di una notte gelida. Se non
altro il tizio che stiamo seguendo, con ancora due o tre clienti nel
fuoristrada, se ne accorge e si ferma. La strategia è semplice: Nicola aspetta
qui facendo compagnia a moto e bagagli, io salgo in macchina (tanto per avere la
certezza che questa volta si arrivi ad Atar per davvero) e nel giro di un paio
d’ore sarò indietro con la benza!
Si parte e l’autista accompagna a destinazione
i clienti. Poi prende per la città. Io -convinto di tornare indietro entro poco-
cerco di memorizzare tutti i bivi, ma nel cuore della notte, in un dedalo di
piste e sabbia; l’impresa è ardua... così ardua che per lo sforzo di
concentrazione mi addormento... Non che si possa dormire veramente stando seduti
su un pick-up che fa fuoristrada, ma entro in uno stato di rincoglionimento totale e stacco un po’ il cervello...
Non saprei dire a che ora
arriviamo a prendere la benzina, comunque di sicuro è notte fonda, anzi
fondissima, e, magia dell’Africa, l’autista sveglia un tipo, che ne sveglia un
altro, che...
et voilà, si materializzano una sessantina di litri di
prezioso liquido.
N:
Partito Davide, tolgo le protezioni e mi sdraio su un sasso, a fianco della
moto. Farò un pisolino aspettando che torni: siamo d'accordo che appena avremo
la benzina faremo, al buio, i pochi chilometri che ci separano dalla strada per
Atar. Illusi...
Il cielo stellato, senza nessuna luce all'orizzonte, è fantastico... ma subito
inizio a sentire il freddo. Un freddo inesorabile, entra lentamente nelle ossa,
da tutte le parti.... Non resisto, mi metto addosso un po'alla volta tutto
quello che ho, incluse le protezioni che, per quanto scomode, isolano dal
contatto con la pietra gelida. Ma quanto ci metteranno a tornare?
Dopo un'ora tiro fuori il sacco a pelo e lo uso come coperta. Dopo tre ore
inizio a preoccuparmi. Sarà successo qualcosa? Inutile pensarci, in ogni caso
non posso farci niente, fermo come sono con due moto a secco in mezzo al
nulla...
Mi decido finalmente a montare la tenda, al diavolo la nostra idea di continuare
ad oltranza... e finalmente sprofondo nel sonno.
D: Per il ritorno mi piazzo sul sedile posteriore (il pick-up è un doppia cabina) e dormo proprio. Non so dire che ora fosse quando siamo arrivati da Nicola: so solo che c’era una tenda montata in mezzo alla strada e mi ci sono piazzato dentro a dormire...
N: Mi sveglia il rumore del fuoristrada e la luce dei fari puntata sulla tenda. Ci metto un po' a capire dove sono, cosa sta succedendo, e a realizzare che è andato tutto bene... Biascico appena qualche ringraziamento per il nostro autista, faccio spazio a Davide nella tenda, poi ripiombo nel sonno. Sono le 5 del mattino.
D:
La sveglia (quella mentale, ovvio! E chi si sogna di portarsi un
orologio o una sveglia in mezzo al deserto!) suona sul tardi, e senza fare
colazione carichiamo tenda e sacchi a pelo. Consultando il GPS, viene fuori che
siamo vicini al cratere meteoritico di Aouelloul, indicato sulle guide come degno
di una visita. Ormai benzina ne abbiamo in abbondanza: nessun problema a fare un po’ i
turisti!
Torniamo indietro di qualche km, poi puntiamo fuori rotta seguendo un punto sul
GPS: credo che tutti i giri in montagna (da noi, sulle alpi...), quelli in cui
ci si ostina a portare 220 kg di moto su per le pietraie, servano come
allenamento a questo... non c’e’ niente di più bello che tirare dritti in mezzo
a sabbia, sassi, cespugli,... e sapere che è tutta una questione di gas ed
equilibrio, che il peso della moto ed i muscoli sono un fattore secondario.
Arriviamo al cratere, che in effetti merita, e merita anche qualche passaggio
tecnico per arrivarci, mentre non merita la foratura di Nicola subito dopo... ad Atar non arriveremo mai!
E prima di Atar c’è tempo di attraversare ancora qualche cordone di dune, di urlarsi un po’
dietro (è da parecchio che non si mette qualcosa di decente sotto i denti: io
sinceramente di cous-cous la sera prima ne ho mangiato ben poco, e quella prima
ancora
eravamo a corto di acqua per cucinare... per cui il nervosismo è quasi
giustificato), di correre su piste di dure pietre e... di bucare pure io!
|
Panorama sulla strada per Amogjar |
N: Arriviamo ad Atar
dopo 4 ore, scendendo la falesia dal passo di Nouatil (Ebnou), la "nuova strada"
costruita a proprie spese da un privato per facilitare l'accesso a Chinguetti.
È una discesa vertiginosa,
scavata a colpi di dinamite nel fianco della montagna, senza nulla che separi la
carreggiata da un dirupo di 300 m. Mozzafiato.
Arrivati in città ci premiamo con un
pollo e patatine che, complice fame e la tensione accumulata, mi sembrano un
pasto divino, la cosa più deliziosa di cui io possa avere memoria...
D: E io senza esitare mi tracanno anche 5
bottiglie di coca-cola, quelle in vetro spesso, quelle da noi sono quasi una
rarità...
La città è in fermento, aspetta l’arrivo della Dakar, ci sono parecchi turisti,
ma noi così sporchi e malconci, seduti su quel tavolino sul marciapiede, a
sbranare il nostro pollo, con a fianco le moto ricoperte da uno spesso strato di
sabbia e polvere, attiriamo una inevitabile curiosità!
La pausa dura tutto sommato poco... Vogliamo passare la notte a Chinguetti, settima città santa
dell’Islam e forse la più famosa di tutta la Mauritania. Per arrivarci ci
sono ancora 120 km di fuoristrada! Decidiamo di non rifare il passo di Nouatil
ma seguire la strada vecchia per il passo di Amogjar. Si tratta di un’"allungatoia",
che però è da tutti segnalata come molto bella e
panoramica. Ed è così. Se mai sarete da quelle parti, evitate la strada nuova
(sterrata anche quella, ma, a parte il breve tratto del passo di Nouatil, simile ad una pista da bowling) e buttatevi in mezzo
a questi canyon, con la strada che si arrampica e regala ad ogni curva scenari da
brivido...
All’inizio si corre sul piatto, con ripide conformazioni rocciose ai lati, con
qualche gregge qua e là, e qualche tratto di sabbia e qualche
wadi piccolino da
attraversare (di quelli bastardi, di quelli che non vedi fino all’ultimo e
rischi di capottarti attraversandoli!) a ricordarti che non sei in Europa... poi
la pista si infila in un canyon cieco, e per salire al piano superiore c’è
qualche passaggio un po’ impegnativo...
Qui incontriamo due spagnoli in moto, un
LC8 e un Adventure, anche loro soli, senza auto d’appoggio, che provengono dalla
direzione opposta. Se già incontrare qualche viaggiatore europeo nel nulla è
sempre occasione di sosta, incrociare due in moto, con la tua stessa filosofia
di viaggio, che hanno percorso le tue stesse piste, è una festa vera e propria:
come va, come non va, da dove si arriva, dove si va e... e poi a parlare delle
soluzioni adottate sulla moto, di dove far stare i bagagli, la benzina, i
ricambi... E scopri che questi hanno adottato una soluzione banale ma efficace:
uno porta i bagagli, e l’altro ha i due "bauletti portaorgani" della Touratech
carichi di benzina... e ci fa stare 40 litri!
N: Ci scambiamo informazioni sul percorso.
Ci dicono che un po’ più avanti ci sono dei tratti impegnativi, che a
farli in salita suderemo parecchio e che (se ci arriveremo!), a Chinguetti ci
arriveremo col buio! Sembrano un po'scettici, e per di più ci salutano con l’augurio
‘Buena suerte...’ che a me suona
parecchio sinistro... cosa ci aspetterà nei prossimi km? Inutile preoccuparsi,
andiamo e vedremo...
D: E puntuali, ormai all’imbrunire,
quando tutto diventa rosso fuoco, arriviamo alle prime due ‘trialere’ che ci
avevano pronosticato. Nicola viaggia per primo, e sinceramente -scusa compare!-
mi aspetto di trovarlo a terra da un momento all’altro. Supero il primo tratto
impegnativo, e a metà del secondo inizio a guardare anche giù dal burrone... non
è che Nicola è finito di sotto? Invece no, invece lo ritrovo lassù, bello
carico, e mi dice che ha portato l’Africozza su dando delle gran manate di gasss:
bravo franco!
Qui non sappiamo se fermarci a fare foto a questo paesaggio
splendido, colorato di rosso dal sole che scompare lentamente, o correre verso
Cinguetti, approfittando dell’ultima luce... E votiamo per le foto, tanto
l’arrivo in notturna è stato una costante di questo viaggio!
Nicola trova ancora
la voglia di cadere, ma ormai non ci fa caso neanche lui, e con la mente allegra
ci gustiamo le rovine di Fort Saganne, costruito dai francesi non per scopi
difensivi ma... ma per girarci un film!
In cima al passo (ad ancora 60 km da
Chinguetti) c’è l'insegna di un Auberge, ma decidiamo di
tirare dritti, e i fare al buio l’ultimo tratto. Per fortuna la pista è molto
ben battuta e molto scorrevole, per cui si può viaggiare
affiancati, a velocità sostenuta, fendendo il buio con cinque fari e quattro
occhi come abbiamo imparato a fare sulla Via della Speranza...
Peccato
che arriviamo a viaggiare un po’ troppo disinibiti, e ad una curva secca
finiamo fuori strada in due! Grasse risate e nessun danno, ma giriamo un po’ meno
il polso per arrivare integri al nostro auberge di Chinguetti, un ostello
che ci ha segnalato un europeo a Tidjikja.
Impressionante arrivare in una cittadina relativamente importante e frequentata che al posto dell’asfalto ha solo
sabbia, e sicuramente piacevole l’accoglienza e il piatto di pasta che ci
riserva il giovane proprietario dell’auberge. Un tendone piantato nel
cortile con due materassi dentro, servizi limitati, luce garantita dalle candele
ma... una voglia di "far bene" che non sempre si trova da queste parti!
Cena in compagnia del capo e di uno stravagante tedesco che viaggia solo con
mezzi pubblici senza conoscere una parola di francese e pochissime di
inglese... davvero singolare. Così come è singolare scoprire che il proprietario
23enne, che è sposato con una quindicenne con cui ha un figlio, si sta impegnando a
fare andar bene il suo ‘albergo’ perché così può racimolare abbastanza soldi per
permettersi un’altra moglie...
Vai a: [Parte 1] - [Parte 2] - [Parte 3] - [Considerazioni Personali] - [Scheda tecnica]