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5000 km in
Mauritania - Parte
3 Vai a: [Parte 1] - [Parte 2] - [Parte 3] - [Considerazioni Personali] - [Scheda tecnica] |
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Sabbia fra Chinguetti e Ouadane |
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Davide:
Al mattino facciamo i turisti e andiamo a piedi alla città
vecchia a fare man bassa di souvenir. La città riceve sovvenzioni e aiuti un po’
da tutte le parti, e anche l’Europa contribuisce con piani di restauro e
progetti occupazionali per le donne. Tra le città visitate rimane la più curata,
e nonostante le modestissime dimensioni, anche la più battuta dai turisti:
inevitabile quindi essere presi d’assalto da una miriade di venditori, coi quali
è comunque piacevole interloquire e... trattare!
In giornata vorremmo fare una visita anche ad Ouadane, giusto quei 120 km di
deserto più in la, quindi cerchiamo di incastrare velocemente i souvenir nel
bagaglio e partiamo (come sempre) saltando il pranzo.
A Chinguetti troviamo benzina senza grossi problemi, per cui partiamo in
direzione di Ouadane per la "diretta", una linea di sabbia soffice disegnata solo sul GPS... Qualche
problema appena partiti nello scovare i passaggi migliori, anche perché il letto
del fiume in secca nel quale viaggiamo è ricoperto di sabbia impalpabile, per
cui fermarsi o rallentare per ragionare risulta impossibile.
In effetti prende
anche un po’ il panico: in questo primo tratto di sabbia il motore va spremuto
come pochi, consuma un casino e la temperatura è sempre in zona rossa... sarà
mica meglio abbandonare l’idea e buttarsi sulla anonima pista tracciata più a
nord? Ma questi pensieri durano poco, svaniscono quando si inizia a correre in
mezzo ad un deserto incantato, fatto di dune vere, molto allungate e morbide, di
sabbia relativamente compatta. E la voglia di giocare prende il sopravvento, iniziamo a girare in tondo, ci mettiamo a zig-zagare gustando solo la sensazione
di libertà e la totale perdita dei riferimenti spaziali... si arriva a non
capire l’inclinazione della sabbia, arrivi a non comprendere esattamente se stai
salendo o scendendo...
La perdita di un bullone ci riporta con le ruote per
terra, e dopo la sosta ‘riparatrice’ continuiamo con un’attenzione maggiore per
la tabella di marcia. Le dune finiscono, la sabbia no, ma pietre di modeste
dimensioni obbligano a cercare una pista, una traccia da seguire: il fuoripista
è troppo lento e mette in pericolo i cerchioni.
Troviamo delle tracce da
seguire, ma in realtà viaggiamo abbastanza "a naso": incrociamo un paio di oasi
sperse nelle sabbie, ci accorgiamo che il tempo necessario per arrivare a
destinazione è sicuramente maggiore di quello preventivato, ma tornano ancora le
dune, e diventa anche divertente cercare i passaggi migliori, riuscire a non
fermare mai le ruote, riuscire a capire come può essere tagliata una duna e
indovinare la consistenza della sabbia in base al colore ed alla posizione
rispetto al vento... Un occhio sul GPS, uno alla ruota anteriore per non fare
errori, uno che guarda spostato un po’ più avanti per capire dove passare e
l’altro che cattura e trasmette all’anima le immagini di questo paesaggio
fantastico... urca, questo deserto moltiplica le capacità sensoriali! E il senso
di libertà è completato dall’essere in moto, solo due moto: medie elevate,
difficile perdere un compagno e nessuna macchina da aspettare...
Ce ne freghiamo
di cercare tracce o piste, inseguiamo un puntino sul GPS, e ovviamente la
punizione arriva: a pochi km dall’arrivo ci troviamo in mezzo a sabbia cosparsa
di pietre, una infinità di pietre, di quelle che se le prendi bolli il
cerchio... ma alla fine è divertente anche questo slalom obbligato, in piedi
spingendo sulle pedane e cercando di alleggerire l’avantreno quando non ci sono
alternative al colpo in arrivo.
E siamo ad Ouadane. Ci assicuriamo che ci sia benzina al distributore
(ovviamente da fusti) e sempre in moto cerchiamo di capire come funzioni la
città: c’è una parte vecchia da visitare a piedi, ma ci sarà altro da vedere? E
per scoprirlo ci arrampichiamo sulla collina e ci infiliamo nelle strette viuzze
dell’urbanizzazione nuova: niente da vedere ma sicuramente una moltitudine di
bambini e ragazzi a volte un po’ troppo invadenti...
La particolarità è che qui
gli unici mezzi sono vecchi Land Rover, solo vecchi pick-up di Land Rover: se
ovunque andiate in Africa vedrete che i locali usano quasi solo esclusivamente
Toyota, qui la cosa è diversa, e sicuramente necessiterebbe di una
investigazione approfondita!
Ci fermiamo a visitare le rovine della città,
solo in parte restaurate dai
portoghesi. Si capisce perfettamente quanto grandiosa dovesse
essere... Il nostro cicerone ci spiega con dovizia di particolari parecchi
aneddoti, e si dilunga a raccontare un po’ di tutto, dalle case dei tre
fondatori al sistema di pozzi ‘entro le mura’, fino a farci immaginare quanto
rigogliosi potessero essere i giardini all’esterno.
Inizia a farsi tardi, e ancora non abbiamo deciso dove andare a dormire: qui
abbiamo visto tutto quello che c’e’ da vedere (alla veloce, certo!), e allora
decidiamo di incamminarci verso Atar, distante 200 km di piste...
Dal benzinaio
troviamo ancora il tempo per un saluto ad un gruppo di italiani in fuoristrada e
camion (un Unimog spettacolare!) e, con il sole in faccia e all’orizzonte, ci
mettiamo in sella. La pista che va da Ouadane ad Atar è davvero bella, molto
curata e parecchio larga. Queste piste, che loro chiamano "rempli", sono
fatte portando camion e camion di terriccio per ricoprire il fondo sabbioso e
sassoso con uno strato liscio ed uniforme. Il risultato è ottimo.
Essendo solo
in due possiamo viaggiare affiancati, così eliminiamo anche il problema della
polvere. Abbiamo il sole in faccia, e quando cala dietro l’orizzonte è quasi un sollievo per gli
occhi, che però devono rapidamente abituarsi all’oscurità...
Viaggiare di notte
ha il suo fascino, e considerando che qui il panorama non offre un granché, non
si vedono controindicazioni circa il non fermarsi neanche col buio, se non che
sono passate dodici ore da quando abbiamo fatto colazione, e quella è l’ultima
volta che abbiamo messo qualcosa in pancia! Ci ricordiamo del ‘campeggio’ visto
due giorni prima al Passo di Amogjar, è il posto ideale, così anziché 200 km ne dovremo fare ‘solo’ 150.
Con qualche problema di orientamento (non mio, di Nicola, che si
intestardiva a non darmi retta!), arriviamo dal ragazzo che lo gestisce, a notte
fonda, e scopriamo che l’"Auberge" non esiste proprio: consiste in un tendone mezzo divelto dal vento che sta in fondo al canyon, per cui
si tratterebbe di rifare le ‘trialere’ in discesa, di notte... Chiediamo se c’è
la possibilità di piantare la tenda da qualche parte, ma il tizio insiste per
farci dormire nella ‘casa’. Scena: buio pesto, non esiste anima viva o qualsiasi
segno di civiltà nel raggio di 60 km, noi siamo stanchi e affamati, il campeggio
in realtà non esiste e siamo capitati da uno che vive tra quattro mura di pietra
(dimensione 3 x 4 m), senza luce, acqua o servizi... ...però è simpatico e ha
pure un gatto, per cui considerando che Nicola è allergico ai felini, decidiamo
di fermarci!
Ovviamente non ha neanche tutte le nostre diavolerie (fornelletto,
luci da fronte, sacco a pelo e menate varie) ma vive sereno: fa da cicerone per
delle pitture rupestri poco distanti e studia i suoi libri a lume di candela.
Ovviamente non ha nulla da offrirci per cena, lui la sua manciata di cous-cous se l’è già mangiata, siamo un po’ in ritardo...
forse meglio così!! Però per giustificare
i 10 euro chiesti per dormire con lui, ci prepara sotto gli occhi tre forme di pane pesantissime
ma ottime, che dureranno due giorni!
D:
Dormiamo bene, in effetti siamo un po’ stanchi, e al mattino
scopro che in questa casa c’è la sveglia: le mura (esistono solo quelle
perimetrali!) sono di pietre appoggiate le une sulle altre, con pochissimo fango
tra una e l’altra, e il vento rognoso (dicono che soffi 350 giorni all’anno) fa
passare i granelli di sabbia tra gli interstizi... Quindi mi sveglio con la
sabbia che fa lo stesso effetto di decine di spilli che ti si piantano nelle
palpebre, sulle guance e in fronte! Buongiorno mondo!
In compenso per colazione
mangiamo il pane fatto apposta per noi cosparso di sana Nutella... e la vita
torna a sorridere!
Anche oggi facciamo i turisti e andiamo a vedere le pitture
rupestri di cui il nostro amico è guardiano. Ma più che per le pitture, siamo
colpiti per il paesaggio, davvero splendido...
Stiamo per rimetterci in marcia quando arriva un mega camion della Dakar di
qualche anno prima: lui dal passo non riuscirebbe a passare (troppo
ingombrante), per cui ha preso la strada nuova e sta aspettando che sbuchino da
sotto una ventina di quad. È un viaggio ultra-organizzato, sono tutti turisti
francesi, un po’ lontani dalla nostra filosofia di viaggio: infatti al loro
arrivo trovano tavoloni, sedie, acqua, bibite e birre fresche in quantità tirate
giù dal camion... servizio cinque stelle, ma dove sta il gusto dell’avventura?
In effetti hanno fatto 30 km di fuoristrada e uno è già al traino di una delle
quattro jeep che li accompagnano (insieme al camion)...
Nicola: Aspettiamo pazientemente l'arrivo del capo per farci cedere un po' di benzina (ne hanno centinaia di litri nel camion!) in modo da evitare di andare fino ad Atar a fare il pieno. La cosa va per le lunghe, e nel frattempo scrocchiamo una bibita ghiacciata e chiacchieriamo con i turisti sui quad che stanno arrivano alla spicciolata. Ci fanno un sacco di domande e di foto e dalla loro curiosità traspare un pizzico di invidia: rinunciando al pranzo preparato dall'organizzazione, a birra ghiacciata a volontà ed al meccanico che ti aggiusta il mezzo ad ogni sosta, noi siamo completamente liberi - un "lusso" impagabile, che dà un senso completamente diverso alla nostra avventura...
D: Lasciamo il gruppo di quad pronto a sbanchettare, e prendiamo in direzione dell’oasi di Mhaireth. Viaggiamo abbastanza rilassati, oggi decideremo strada facendo quanti km percorrere, abbiamo una serie di oasi da visitare e potremo tranquillamente allungare o tagliare a seconda della voglia e dell’umore. Ma ci pensa Nicola a movimentare la mattinata, facendo un ruzzolo che mi spaventa non poco... ma tanto lui e la moto sono di gomma, per cui nel giro di un paio di minuti sono di nuovo in pista!
Dopo una discesa decisamente tecnica arriviamo a
questa oasi, con palme in quantità custodite in svariati ‘orti’ protetti da muri
di cinta. Ogni famiglia che conta ha il suo palmeto, e qui sembra tutto in ordine: per
le strade (di sabbia, ovviamente) non si vede immondizia, i bambini vanno a
scuola, non chiedono l’elemosina, e il piccolo auberge con le classiche
tende berbere è di un ordine che lascia stupefatti. Non solo: con l’acqua a
disposizione il gestore mantiene degli orti coltivati ad ortaggi e riesce a far
prosperare parecchi fiori di ibisco, usati per la preparazione di una bevanda
dissetante, che danno un tocco di vera classe.
Ci fermiamo a bere
una bibita, a fare una passeggiata a piedi e a chiacchierare un po’ con i
ragazzini del posto. Dopo tanto correre sembra quasi di prendersela troppo
rilassati, anche se a fine giornata arriveremo a contare 200 km! Chiediamo
ancora qualche informazione sullo stato delle piste e sulla bellezza delle oasi
che vorremmo visitare, e, dopo aver salutato tutti e promesso di spedire le foto
fatte, ripartiamo con tutta calma.
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La pista si arrampica su per la montagna,
tuttavia ha giovato anch’essa di un programma europeo per risistemare le
principali vie di comunicazione tra le oasi, per cui non ci sono difficoltà
tecniche da affrontare.
A lato della pista troviamo però una duna solitaria, che
sembra un budino di sabbia piazzato in mezzo al niente... e al diavoletto
tentatore, quello che sta piazzato perennemente sopra al casco, questa volta non
si può dire di no! E allora se i casini non ci sono (pista semplice...) tanto
vale andarseli a cercare (budino di sabbia): giochiamo un po’, e alla fine ci
divertiamo anche con una rotolata (con moto annessa) giù dalla duna...
Dopo le
risate di rito continuiamo il nostro avvicinamento ad Aoujeft su una pista che
sembra un’autostrada. Probabilmente è stata appena "spolverata", e sembra una
delle nostre strade in attesa di essere asfaltata: liscia come un biliardo!
N: Ma la natura si fa
beffe dei grandiosi progetti degli uomini: a pochi chilometri dalla meta, la
strada è letteralmente inghiottita da enormi dune, incuranti di tanto lavoro di
ruspe e bulldozer. Non resta che inventarsi passaggi
alternativi, e cercare di tenere aperto il gas!
L'ultimo tratto è un saliscendi veramente impegnativo nella sabbia molle,
andiamo avanti tutto d'un fiato per non restare bloccati ai piedi del villaggio,
dove dovremmo poi ripartire spingendo in salita, attorniati dai curiosi. Ci
fermiamo quando arriviamo fra le case, ma la sabbia molle non è finita: è ovunque,
riempie le strade, si ammassa contro le case, blocca le porte d'ingresso, è una
lenta, inesorabile alluvione minerale... È una vista angosciante, e l'incubo di
questa lotta quotidiana per la sopravvivenza, contro miliardi di granelli
impalpabili che arrivano da tutte le parti, traspare dalle parole e dalle facce
della gente del posto...
D: Vita dura per noi, che a stento riusciamo a girare le moto e tornare sui nostri
passi, ma la ‘vera’ vita dura è vivere in un posto come questo, spendendo tutte
le energie
per combattere contro i mulini a vento...
La meta successiva è Toungad, e come sempre proviamo a chiedere qualche
informazione sull’imbocco della pista. Ma le risposte sono vaghe, per cui ci
troviamo immancabilmente fuoripista a girovagare sulla sabbia: tuttavia la
sensazione è piacevole, sai di non poterti fermare e devi focalizzare la tua
rotta in qualche frazione di secondo, passando al setaccio più informazioni
possibili. Qui non conta fare qualche metro in più, qui conta solo non
insabbiarsi, conta divertirsi a guidare e non sudare spingendo...
E i problemi
arrivano quando chiediamo ad un locale troppo volenteroso di indicarci dove si
prenda la pista giusta: questo ci fa cenno di seguirlo e coi suoi stivali di
gomma (!) inizia a correre nella sabbia, prima giù per una collina, poi su per
un’altra... Corre così forte che quasi non gli stiamo dietro in moto, e di
sicuro non gli stiamo più dietro quando si arrampica per un pendio di sabbia
molle da cui sbucano numerosi pietroni: all’inizio si riesce ad evitarli, poi
diventano troppo grossi e numerosi, tanto che per uscire da quell’inferno di
pietre e sabbia troveremo da sudare parecchio... con il tizio che non capisce come
mai gli chiediamo informazioni e poi ci attardiamo nel seguirlo!
Trovata la pista arriviamo facilmente a Toungad, e rimaniamo impressionati dalla
vastità del posto e dal quantitativo di palme che ci sono: in un tratto la pista
passa in mezzo al palmeto, e a far correre lo sguardo ai lati si vede una vera e
propria foresta di palme, con l’ombra che si trasforma quasi in oscurità e
l’acqua che scorre alla base dei fusti, sulla sabbia... spettacolo della natura
e capacità dell’uomo nel gestire la risorsa idrica! Ecco, il paradosso
dell’Africa è proprio che in posti dove non ti aspetti nulla, l’uomo è riuscito
con caparbietà e cura maniacale a creare dei piccoli paradisi, in barba (o in
combutta...) con una natura che appare esageratamente ostile... e in altri vedi
trasformati paradisi in discariche, oppure percepisci quasi una volontà di
autodistruzione, o comunque un menefreghismo nei confronti della vita e del
vivere in armonia con l’ambiente circostante che è raccapricciante.... ma si sa,
con la pancia vuota è difficile occuparsi del ‘bello’!
Qui i locali sono poco invadenti e fa piacere vedere così tanti bambini con lo
zaino in spalla tornare a casa da scuola. Attraversiamo il palmeto troppo
velocemente per gustarcelo e imbocchiamo la direzione del ritorno, con
l’intenzione di chiudere in giornata un largo anello.
Imbocchiamo l'Oued El Abiod, coperto di
sabbia soffice, con il povero bicilindrico che inizia a scaldare... lo sguardo
scivola ancora indietro, verso questo spettacolare palmeto, e poi si perde sulle
montagne circostanti. Montagne vere, pendii aspri di minerale scuro... con la
sabbia che ci si appoggia sopra, a dare l’effetto neve e a rendere tutto
morbido. In una frazione di secondo ti immagini lassù, a vedere l’oasi da
un’angolazione diversa: e i neuroni non trovano il tempo di focalizzare il
pensiero che già il limitatore è entrato in funzione... Prendere lo slancio su
questa sabbia è davvero difficile, e la rampa si avvicina: cervello su off,
terza, compressione delle sospensioni e delle ossa, salita, seconda, prima, la
ruota che inizia a scavare... con la poca inerzia rimasta riesco a stento a
coricare la moto di traverso... Ancora due passi a piedi e non resta che godere.
Godere nel vedere un tappeto di palme adagiate sulla sabbia. In superficie non
c’e’ traccia d’acqua, solo sabbia e rocce e questo contrasto tra verde e giallo
ha sicuramente del magico.
Ci attardiamo a gustare questo paesaggio e a fare qualche foto,
e ovviamente qualcuno si arrampica sulla montagna vedere cosa fanno lassù dei
turisti... Occasione ghiotta per chiedere qualche informazione sulla
organizzazione e gestione dell’oasi.
E poi: ‘è quella la direzione per Atar? E volendo
fare la pista che taglia la falesia e punta direttamente all’oasi di Terjit per
il passo di N'Tourfine?’ Sulla carta tutto giusto, ma questa scorciatoia
per Terjit va evitata. In effetti lo avevamo letto anche su qualche guida: ad un
certo punto ci sono dei gradini di roccia, e farli in salita è impensabile...
forse in macchina si riesce, ma in moto no! E iniziano a prudere le mani. Un conto
è se ti dicono che la pista non è bella, ma venirmi a dire che in moto non si
può fare... Come quando alle cavalcate nostrane trovi il pezzo vietato ai
bicilindrici: è più forte di me, io mi ci devo infilare...
Ma tanto vale
assicurare i locali e il socio che mai e poi mai ci sogneremmo di incasinarci la
vita...
Arriviamo ai saluti e si scende dalla montagna rientrando nel
letto dell'oued. Si cerca di correre, la sabbia è molle e solcata da parecchie
tracce. Ancora una volta la ruota davanti trova una buca di sabbia ancora più
soffice e ci si infila tutta: da cinquanta/sessanta all’ora a zero in mezzo
metro... meglio dell’ABS! Per fortuna ci sono le protezioni e il respiro torna
dopo una manciata di interminabili secondi... Neanche il tempo di pensarci e
siamo ancora a correre.
Il sole inizia piano a dar forma alle ombre,
e l’asfalto si avvicina... e quella potrebbe essere la valle con la pista
proibita... ‘Ascolta Franco, andiamo giusto a vedere come sono questi gradoni di
pietra, poi si torna...’ A Nicola piace cascarci, e ci infiliamo in un vallone
con la sabbia più molle mai vista. Ci sono pure dei turisti su pick-up locali, e
arrancano anche i loro 4x4...
N: ...è uno dei passaggi più esaltanti che
mi sia capitato di fare in moto: a sinistra, un muro di roccia altissimo, a
destra un ripido pendio di sabbia, e chiusa fra i due una pista stretta,
sinuosa, tutta in salita, da fare di getto, senza mai fermarsi perchè la sabbia
molle non permette di ripartire e non c'è nemmeno lo spazio per fare inversione.
Impossibile fermarsi a fare foto, bisogna cogliere questo paesaggio sublime col
polso girato, gustare ogni secondo, ogni sguardo che riesce a scappare dalla
traiettoria dell'anteriore...
Grazie franco per avermici portato, è stato un regalo fantastico e inaspettato,
che non dimenticherò...
La pista sbuca, di colpo, su una enorme conca chiusa su un lato dalla falesia.
In lontananza, la montagna sale, coperta di sabbia: Davide non resiste e si
lancia verso la salita. Una scena già vista, da spettatore... ma questa questa
volta sono carico e non ci penso su, giro il polso fino in fondo, e non lo mollo
più fino in cima...
D: ...questa volta l’allievo supera il maestro, e sento Nicola superarmi e urlare di gioia mentre la mia Africa si insabbia inesorabilmente. Forse anche lui ha capito la sensazione che trasmette salire sempre più su, dove neanche avresti immaginato di arrivare...
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Risalito uno stretto
canyon, il paesaggio si apre in una piana bordata dalla falesia.
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I famosi gradini di roccia |
In cima al passo di N'Tourfine si incontra la diretta Mhaireth-Terjit |
L'oasi di Terjit |
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Complimenti, foto, e poi giù, alla ricerca del punto in cui dovremo invertire la
marcia. Dietro una curva ritroviamo i turisti francesi che filmano le Toyota
salire lente su questi gradini di roccia... non sono così tremendi, e abbiamo
anche il pubblico: le nostre ruote non si fermano neanche e saliamo accompagnati
da complimenti in francese... niente ‘Rallye’ ma in moto ci sappiamo andare!
Scambiamo due parole e proseguiamo per l’oasi, che raggiungiamo in una manciata
di minuti. È quasi sera, per Atar manca ancora qualche chilometro, ma vogliamo
fare una rapida visita. L'oasi è piccola, stretta tra gli impervi
fianchi della montagna, e così spettacolarmente bella che decidiamo di fermarci
a dormire qui: e pensare che quando ci hanno chiesto il di pagare per entrare
volevamo rinunciare!
E il bello è che per la visita e per dormire nelle belle tende a fianco di un
ruscello fra le palme si spende lo stesso! L'ingresso è a pagamento,
ma il posto è veramente
unico e ben curato: palme, alberi, fiori, giochi d’acqua, rocce ricoperte di
verde muschio e anche una sorgente di acqua tiepida in cui lavarsi! Merita
proprio una sosta.
Ovviamente si sono fermati qui anche i turisti francesi, che
ci invitano a prendere un aperitivo a base di "succo d'orzo"... Il distillato fa il
suo effetto, la lingua si scioglie e raccontiamo le nostre peripezie, che agli
occhi di chi viaggia con cucina, cuoco, tavoli e sedie al seguito devono
apparire parecchio avventurose. Gemellaggio riuscito, tutti in cerchio con al
centro (al posto del fuoco) Pastis, whisky e Pringles; grandi pacche sulle
spalle fino a quando... fino a quando non scoprono che abbiamo su la stessa
maglietta da 15 giorni e non fanno un passo indietro! Grasse risate e un bel
sonno coadiuvato dal tasso alcolico nel sangue piuttosto elevato...
N: ...sonno per me turbato da febbre alta, accompagnata da dolori febbrili alla schiena e sogni turbolenti... ricorro alla farmacia da viaggio: non ci sono scuse, domattina si riparte...
Al mattino ripartiamo per Atar, dove facciamo
rifornimento di acqua e benzina. E ci incamminiamo verso Choum, verso il confine
col Marocco, verso il treno più lungo del mondo, verso la chiusura della nostra
avventura. L’incognita è ancora una volta la benzina, e questa volta non
abbiamo tempo e voglia di rimanere a secco.
Sappiamo che in questi giorni la benza dovrebbe esserci a Choum, a 120 km, ma poi ci sono 450 km di niente...
Allora leghiamo una tanica di plastica da 10 litri alle barre laterali della mia
moto, in modo da avere quei 50 km in più di autonomia... La tanica è ben
fissata, ma il coefficiente di penetrazione aerodinamica diventa pari a quello
di una betoncar...
La piacevole sorpresa è che il tragitto Atar - Choum non è
asfaltato (come credevo), così non ci si annoia e si gioca un po’ su una pista
abbastanza compatta e scorrevole. Incrociamo nuovamente gli italiani sull'Unimog
conosciuti a
Ouadane, e, ancora una volta, sapere che qualcuno farà il nostro stesso tragitto
(ovvio, a ritmi molto più lenti...) ci garantisce un margine di sicurezza
maggiore.
Benzina e fuga rapida dall’ultimo ‘avamposto’,
prima di prendere la direzione di Nouadhibou, su una pista lunga ma senza
problemi di orientamento perché sviluppata a lato della ferrovia che porta a
Nouadhibou il ferro estratto nelle miniere di Zouerate. Le rotaie
segnano il confine col Marocco, e l’importante è non attraversarle: a nord ci
sono le mine disseminate dal Marocco per arginare la guerriglia del fronte
Polisario...
La sabbia si alterna al tratti piuttosto compatti, e nonostante il riferimento della ferrovia, non sempre si riesce a tenere la direzione ottimale... ma i km corrono veloci e le soste sono solo per prendere un po’ fiato e... per cambiare la camera anteriore di Nicola. La cosa bella è che la cambiamo sotto la supervisione di un gruppo di addetti alla manutenzione della ferrovia, così quattro chiacchiere sono assicurate...
N:
Qualche decina di km ed entriamo nello squallidissimo villaggio di Tmeimichat,
alla ricerca di un po’ di benzina. Troviamo invece un gruppo di case sommerso
dall’immondizia e dalla sabbia, che gravita intorno al servizio di manutenzione
della linea ferroviaria. Qui non c'è una sola pianta e nemmeno un pozzo; cibo ed
acqua arrivano esclusivamente col treno. Non c'è nessuna scuola per i ragazzini,
e si vede il risultato... mentre altrove tutti ti rispettano (per quanto
cerchino di spillarti soldi o regali), questo è l’unico posto che abbiamo
trovato in tutta la Mauritania dove la gente ti mette le mani addosso e ti apre
il bagaglio cercando di fregarti qualcosa... Insomma, un posto da evitare e da
dove cerchiamo di scappare in fretta.
D: Ancora chilometri a lato della ferrovia, ancora qualche incontro con viaggiatori
che vanno nella direzione opposta: questa risulterà sicuramente la pista più
frequentata di tutto il viaggio, e il fatto che la Dakar farà tappa ad Atar due
giorni dopo può
essere una valida spiegazione del ‘traffico’: questo è il collegamento più breve
tra il Marocco ed Atar.
Il bello di questi viaggi è che
sovente ci si saluta solo con un cenno della mano e si prosegue, ma se si vede
un mezzo fermo, ci si arresta immediatamente, e la prima domanda è sempre
rivolta a sapere se va tutto bene. Una volta fermi ci si informa sul viaggio,
e sovente si scoprono storie affascinanti...
Tra chiacchiere, soste e forature in un giorno abbiamo percorso ‘solo’ 370 km di
fuoristrada, e il sole si abbassa inesorabile: non rimane che cercare un posto
dove piantare le tende... Ci cuciniamo un buon risotto e ci gustiamo questo
campo in mezzo al deserto, consci che potrebbe essere l’ultimo di questa
avventura: da domani si torna alla civiltà...
D: Sveglia senza sole, atmosfera strana, oggi
cascherà pure qualche goccia di pioggia, e sì che il giorno prima abbiamo fatto
i gommisti a torso nudo!
Mancano poco più di 200 km all’asfalto, puntiamo ad
arrivare in Marocco entro sera, anche se i km da percorrere sono ancora
parecchi e abbiamo già avuto la conferma che non si possono mai fare programmi
precisi... Comunque con la benzina siamo giusti, di acqua ne abbiamo e non c’è da
navigare: si prospetta un ultimo giorno in scioltezza!
Nonostante la ferrovia che indica inequivocabilmente una direzione, il dedalo di
piste (è una direttrice parecchio trafficata!) ci confonde e sovente ci
inventiamo dei raccordi tra una traccia e l’altra in fuoripista: sempre il
giusto mix tra sabbia, terreno duro e pietre, con la moto che corre veloce e gli
occhi che faticano a stare dietro a tutto, cercando i giusti riferimenti,
guardando il GPS, lo specchietto, la rotta da seguire, gli ostacoli da
superare...
Bello, proprio bello essere bombardati da informazioni e volerne
trovare altre ancora: si guida coi cinque sensi, ma qui ogni percezione è
amplificata, e ti rendi conto di quanto sia indispensabile che ogni centimetro
del tuo corpo, ogni funzione del tuo essere debba trovarsi in sintonia con
l’ambiente che ti circonda e col mezzo che tieni serrato tra gambe e braccia...
Qui i piedi diventano le antenne di eventuali vibrazioni anomale, poi spingono sulle pedane
per impostare le traiettorie... le gambe stringono i fianchi della moto e le
ginocchia strusciano tutto il serbatoio, in un continuo movimento che perfeziona
equilibrio e spinte. Il sedere indietreggia o avanza in funzione del fondo e
degli accidenti che ti si prospettano davanti, con il busto reso rigido dalle
protezioni e che comunque non sta mai fermo, alla ricerca di quel punto di
equilibrio generale che fa si che le braccia non si stanchino mai... E le spalle
si muovono in avanti per contrastare la spinta dell’aria o per seguire la testa,
che avanza e ruota per soddisfare le esigenze degli occhi... Le orecchie sono
pronte a percepire ogni eventuale rumore sospetto e le mani non stringono solo
un ponte di comando, ma interagiscono con la vista e con le altre parti del
corpo per trasmettere dati al cervello, la cui funzione principale diventa
quella di fa ruotare più o meno la manopola del gas...
E sembra di avere i
polpastrelli al posto dei tasselli del copertone davanti: senti la consistenza
della sabbia, senti l’aderenza della gomma sul terreno duro, senti.... senti la
pietra che è sfuggita allo sguardo! Bang! Camera d’aria andata! In un secondo la
ruota davanti è a terra, e già con lo sguardo sei alla ricerca del tuo nuovo
cavalletto centrale: ecco, forse quel gruppo di pietre... E col pensiero alle
pietre annoti un’altra morbida scivolata in questo deserto...
Oramai cambiare la camera è quasi una routine, e in poco ci sbrighiamo. Se non
altro non c’è il caldo di ieri...
Si riparte, pensando che i novanta km all’asfalto voleranno via, ma ecco che
siamo distratti da una strana locomotiva che fa scintille da tutte le parti:
occasione ghiotta per fermarsi e per cercare di capire che cavolo sia questo
drago tecnologico...
Foto di rito e ancora in sella. Settanta, ottanta all’ora. Di rado si toccano i
cento. Nicola è avanti, io viaggio a venti-trenta metri, spostato di una manciata
di metri di lato. E il ritmo è perfetto. Poi l’esplosione di adrenalina: un
dosso, uno come tanti, uno di quelli inevitabili. Rallento per quanto possibile, poi accelero dolce...
impostazione perfetta ed esce un gran salto. E subito un altro dosso: la moto ci
atterra sopra, si scompone un poco, e con un gran rimbalzo proietta i trecento e
passa kg sul terzo dosso. Mi gusto il panico di quella frazione di secondo in
cui a ottanta all’ora vedi il terreno che si avvicina e la ruota davanti che
troppo bassa punta la leggera salita: inutile cercare di spostare i pesi,
inutile qualsiasi manovra correttiva... Lucido, percepisco la forcella che si
comprime e morbido nelle articolazioni sento il mondo che mi ruota attorno...
Mi sento come l'uomo sparato dal cannone del circo, solo che qui il volo è
scomposto e manca la rete. Se cadere in moto non mi fa particolarmente paura,
staccarmi violentemente dal suolo ed essere proiettato in aria produce una
inevitabile apprensione. Quattro, cinque decimi di secondo. Dieci, venti metri. Una trentina con la scivolata che ne segue. Polverone
pazzesco e un gran dolore: e subito a cercare la moto con lo sguardo, e subito
in piedi per mandare un messaggio tranquillizzante a me stesso e a Nicola, che
da lì a poco si dovrà girare. Ma la botta è forte, e le gambe non reggono...
N: Passo
una collinetta e, come ormai d'abitudine, cerco il
compagno con la coda dell'occhio. Non lo trovo: mi volto, senza fermarmi, e per un attimo mi balena l'immagine
distante di Davide in piedi, a parecchi metri dalla moto sdraiata a terra. È un
singolo fotogramma, immobile. Ho visto bene? Me lo sono immaginato? Faccio
inversione, ma non vedo più nulla, Davide deve essere fermo dietro alla
collinetta...
Normalmente in questi casi ho imparato a fermarmi ed aspettare:
le poche volte che è caduto o si è insabbiato, Er Gallo ha rialzato la moto e si
è tirato fuori da solo prima che io riuscissi anche solo ad arrivare. Ma
in quella immagine c'era qualcosa che non torna, e questa volta corro subito indietro. Trovo
Davide sdraiato in terra, fianco a fianco di Azzurrina coricata, come se stesse
sussurrandogli paroline dolci... e per quanto surreale, la scena non è per
niente divertente!
Non ho tempo di spaventarmi: appena lo vedo mi fa segno col pollice alzato, "va
tutto bene". OK, niente di grave, anche se un'occhiata basta per capire che la
situazione non è rosea... Scendo, aiuto Davide a mettersi comodo, togliersi
casco e guanti, capire se ha qualcosa di rotto. Ha un forte dolore alla spalla,
potrebbe essere una clavicola.
Deve essere stata una bella botta, addirittura ha
perso la mitica cresta sul casco, che ritrovo a parecchi metri di distanza...
Ecco perchè sei caduto, hai perso la cresta, è come i capelli di Sansone! Ci
ridiamo su, ma nel frattempo mi tornano alla mente le parole di Vale nel
racconto del viaggio in Tunisia...
Niente panico! Mentre Davide riprende fiato mi occupo della moto. Non è scontato
che riesca a guidarla, ma conoscendolo sono sicuro che ci proverà! Così,
dopo che mille volte ho dovuto farmi aiutare ad
alzare la mia, ho l'occasione per ricambiare... sarà per la necessità, questa
volta ci riesco da solo, e alla svelta!
D: Clavicola, spalla, braccio... non so. Ma non si muove niente e il dolore è sempre più forte. E immagino andrà sempre peggio. Imploro Nicola di far ripartire la moto, voglio salire in sella e arrivare da qualche parte. Ma non sto neanche in piedi....
N:
Danni: il cupolino è in pessime condizioni: a parte carena e faro, il telaietto
in alluminio è completamente piegato su un lato ed interferisce con lo sterzo.
Provo a raddrizzarlo con le leve smontagomme, ma non si muove di un millimetro.
Mentre armeggio, ecco
all'orizzonte una carovana, alcune moto ed un 4x4 che viaggiano in direzione
opposta alla nostra. Una benedizione!
Mi sbraccio, in un attimo arrivano. Alcuni
assistono l'infortunato, altri mi aiutano con la moto: me la faccio tenere
dritta mentre ci salgo sopra in piedi e salto letteralmente sopra al telaietto
per tentare di raddrizzarlo. Niente da fare, non si muove di un millimetro. "Muy
robusto, muy bien heco" si complimenta uno dei nostri amici. "Gracias" fa
eco Davide, che assiste alla scena da terra... sarà una reazione alla vista
della moto così maltrattata, dopo un attimo si rialza ed inizia a prepararsi per
risalire in sella.
D: Penso di non aver ma preso un antidolorifico: li ho dietro ma sono ben nascosti nello zaino... Questi spagnoli insistono un poco affinché ne ingurgiti un paio, e mi convinco solo quando vedo Nicola in piedi sulla sella, con un paio di complici che gli tengono dritta la moto. Merd... con gli stivali da cross sta dando grandi calci al telaietto.... poi non pago lo vedo che ci salta sopra a piedi giunti! Dammi ‘ste pasticche, che ora mi fa male pure il cuore!
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N:
Nel frattempo da un
fuoristrada salta fuori nientemeno che un asse di Land Rover, e finalmente con
un metro e mezzo di leva riusciamo a raddrizzare il telaietto e liberare lo
sterzo. Ho l'onore di fare un giro di prova. Ma quanto è alta sta moto? Davide
invita il gruppo degli spagnoli a fare una preghiera perchè io non cada...
Ci rimettiamo in sella, non prima di esserci fatti regalare 10 litri di benzina
che ci permetteranno di arrivare a Dakhla senza ripassare da Nouadhibou.
Siamo di nuovo soli. Davide se la cava benissimo: è una scheggia, quasi non gli
sto dietro, anche se è costretto a guidare seduto, facendo forza con un braccio
solo...
Alcuni tratti sono molto insidiosi, con sabbia molle, solcata da tracce
di altri veicoli... e mancano 80 km alla strada asfaltata. Sarà dura!
Mentre
guido mi dico: OK franco, finora è stato semplice contare sul fatto che dalle
grane mi avrebbe tirato fuori lui. Ora, se necessario, tocca a me, quindi niente cazzate, non devo cadere, non devo pizzicare, devo stargli incollato e non
perderlo di vista un attimo!
D: Guidare nella sabbia seduti,
con un braccio solo, non è divertente. In più mi trovo a piangere per il
dolore... La salvezza sta nella velocità, nel guidare di gas, per cui cerco di
viaggiare sostenuto. Il casino è quando bisogna attraversare tratti di sabbia
molle, con in mezzo le tracce dei 4x4... Normalmente ci si alzerebbe in piedi e
si spingerebbe sulle pedane: ora invece parto sconfitto. Attraverso questi
tratti aspettando che la moto si scomponga da un momento all’altro, e puntuali
arrivano un paio di voli mica da ridere...
E Nicola riesce da solo ad alzare la
mia moto! Ma allora mi hai preso per il culo per tutto il viaggio?? Almeno si
sorride un po’...
E anche gli ultimi ottanta km volano via. Questa volta lasciando qualche lacrima
di dolore sulla sabbia...
Arriviamo alla dogana. C’è la scusa di un
ferito, la faccia malconcia e la moto rotta aiutano a farci passare avanti nelle
sempre lunghissime code di frontiera: qui qualcuno nell'attesa gioca addirittura a bocce...
Io mi sdraio in terra e lascio le pastoie burocratiche a Nicola. Meglio tenere
al caldo un po’ di energie: ci sono ancora 350 km di asfalto prima del
furgone...
Ma la fortuna mi assiste e in frontiera arrivano i due spagnoli motociclisti
incontrati qualche giorno prima sotto il passo di Amogjar. Loro hanno già
recuperato la macchina e le moto sono sistemate sul carrello, per cui vedendomi
malconcio uno dei due si offre di fare cambio: lui guiderà la mia moto fino a
Dakhla, cedendomi il posto su un comodo Toyota.
E così mi faccio gli ultimi km viaggiando in macchina, lamentandomi un po’ per
il forte dolore, ma conscio che la solidarietà motociclistica mi
ha aiutato parecchio. Maciniamo i km fino a Dakhla in gran carriera ma arriviamo
col buio, concludendo il nostro viaggio con una capatina all’ospedale militare,
dove mi rassicureranno che non mi sono fatto nulla.... salvo scoprire solo in
Italia che la gran botta ha rotto tutto quello che si poteva rompere nella
spalla - ossa a parte!
Non ci resta che offrire la cena ai nostri amici spagnoli, andare a riposare un
po’ e iniziare a pensare ai 4000 km di furgone che ci separano da casa...
D: Pur svegliandoci presto (svegliarsi.... per il male alla spalla non ho chiuso occhio e non dormirò per le successive 22 notti...) riusciamo a ‘spiombare’ il furgone verso le undici, per metterci in marcia all’una. Da lì in poi più di 4000 km in 50 ore. Di cui il 50% su statali, con in mezzo un traghetto ed il recupero della moto di Andrea alla dogana di Tangeri... Anche questo un piccolo record, considerando che le soste più lunghe le abbiamo fatte per pagare le multe per eccesso di velocità in Marocco e per farci perquisire dai poliziotti spagnoli...
Il nostro racconto finisce qui... ma abbiamo ancora alcune considerazioni personali su questo viaggio.
Se vuoi avere qualche informazione sull'organizzazione di un viaggio del genere, consulta la scheda tecnica.
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